Terra Santa: mons. Pizzaballa (patriarca), “i consacrati sono coloro che sanno che solo Dio può consolare”

Le figure di Simeone e Anna icone della vita consacrata: “Due persone che il Signore ha consolato”. Simeone e Anna sono due persone “consolate perché sono due persone consacrate, nel senso più profondo del termine, cioè un uomo e una donna che hanno legato il senso della propria vita ad un’attesa, persone che hanno dato un senso al proprio desiderio, e lì hanno abitato, senza cedere alla stanchezza, alla paura, al pessimismo”. Celebrando oggi a Gerusalemme la Giornata della vita consacrata, il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha posto al centro della sua riflessione le figure di Simeone e Anna, protagonisti del Vangelo della Presentazione di Gesù al Tempio. “I consacrati – ha detto nell’omelia – sono coloro che sanno che solo Dio può consolare, solo Lui può dare la vita, e scelgono di rimanere lì, in attesa, dentro una povertà che attende da Lui il compimento della propria esistenza. E questa attesa, questo vivere in riferimento ad un oltre, è la verità profonda della loro vita”. Per Pizzaballa la sfida di oggi è “la capacità di trovare il proprio desiderio profondo, e di unificare la vita intorno a questo desiderio, accettando anche di stare in un vuoto, di abitare in un deserto dove non c’è null’altro, dove non si riempie la vita di nulla che non sia uno sguardo fisso sulla consolazione che viene da Dio”. Proprio perché Simeone e Anna sono capaci di attendere, allora, ha spiegato il Patriarca, “sanno riconoscere. Ma sono anche capaci di lasciarsi sorprendere. Dio sorprende perché è piccolo, perché è ‘solo’ un bambino, perché non ha nulla di diverso da ogni altro bambino, perché la sua venuta non ha nulla di straordinario”. “Anche noi religiosi – ha ricordato Pizzaballa – abbiamo questa missione, di perseverare nel riconoscere Dio e in qualche modo ‘allenarci’ a riconoscerlo dentro ogni povero e dentro ogni povertà, a partire dalla propria, dalla povertà della propria vita. Nel riconoscerlo dentro tutto ciò che non ha nulla di straordinario. Lo straordinario accade dentro di noi, quando lo riconosciamo, perché allora ci cambia la vita, perché questo riconoscere Dio nella propria vita mette pace”. E frutto di tutto questo, ha concluso, non può essere che “una profonda pace, che ha il volto di questi due anziani miti, che non hanno più bisogno di altro, perché hanno visto la salvezza”.

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