Venerdì Santo: mons. Tisi (Trento), “le difficoltà dell’ora presente non tornino a soffocare il riemergere della bellezza dell’umano”

“L’Uomo della croce tocca il cuore di uomini, abituati a frequentare la morte, e li manda in crisi”. Nella cattedrale di Trento, già spoglia per il Venerdì Santo e svuotata dei fedeli dall’emergenza Coronavirus, l’arcivescovo Lauro Tisi guida (in diretta tv e streaming) la celebrazione della Passione e Morte del Signore, con il racconto evangelico delle ultime ore di Gesù, l’intensa preghiera universale (con il ricordo di tutte le persone a vario titolo toccate dalla pandemia) e l’adorazione della croce. In cattedrale anche l’arcivescovo emerito Luigi Bressan, accanto al decano del Capitolo, mons. Lodovico Maule, e al parroco del duomo, don Andrea Decarli.
Nell’omelia, mons. Tisi nota come, “da duemila anni, quel volto sfigurato affascina e dà forma alla vita di donne e uomini che, nel riconoscere, in Lui, i tratti di Dio, ritengono vincente e appagante farsi carico degli altri e mettere a loro disposizione la propria vita”. Il riferimento è, in particolare, ai tanti che in questi giorni si mettono a servizio degli altri, senza alcun condizionamento. Una constatazione che induce l’arcivescovo di Trento ad attestare come “il Golgota, da luogo deputato alla morte, diventa sala parto. Sorprendentemente, un uomo che muore genera vita”.
“Ciò che tanti uomini e donne in questo momento stanno vivendo – argomenta mons. Tisi – è veramente impressionante e deve essere accostato con il massimo della delicatezza e del rispetto. Tuttavia, l’uomo della Croce ci regala una luce inaspettata e sorprendente. Le stanze del dolore possono aprire alla vita. A una condizione: attraversarle come Lui in obbedienza. Vale a dire: porsi, insieme con lui, in atteggiamento di ascolto”.
“Molti indizi – aggiunge l’arcivescovo – ci dicono che stiamo cominciando a ritornare umani. Non lasciamo che le difficoltà dell’ora presente tornino a soffocare il riemergere della bellezza dell’umano”.
“Fa’ presto, Signore – è l’invocazione finale del presule, prima di inginocchiarsi in adorazione davanti al Crocifisso -, perché possiamo, insieme, rivedere la luce”.

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