Siria: padre Jallouf (Idlib), “è Venerdì Santo ma qui ogni giorno facciamo esperienza del Calvario”

“Siamo entrati nel decimo anno di guerra e la popolazione è stremata, sfollata in continuazione, preda della fame, del freddo, senza lavoro e in balia del carovita. Ogni giorno facciamo esperienza del Calvario”. Il Venerdì Santo di Idlib, in Siria, ultimo terreno di battaglia di una guerra decennale, lo racconta al Sir padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Knaye, uno dei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte (gli altri sono Yacoubieh e Gidaideh, tutti a circa 50 km da Idlib e a pochissimi chilometri dalla frontiera turca). Con l’altro confratello, padre Louai Bsharat, sono gli unici religiosi rimasti nella zona a curare un gregge di poco meno di 300 famiglie. “La tregua tra turchi e russi sembra reggere, gli scontri sono cessati, almeno per ora. Dopo il 14 aprile vedremo cosa accadrà”, dice il francescano. Con la guerra, adesso, c’è un altro nemico, invisibile, per la popolazione: “È il coronavirus. In questa zona, per il momento non abbiamo casi accertati. Ma se ci fosse un contagio allora saremmo davanti ad una vera ecatombe. Non abbiamo ospedali capaci per fronteggiare questo nemico”. E a pagare le conseguenze peggiori del contagio saranno gli sfollati costretti a vivere in campi di fortuna senza nessun presidio medico e senza nessuna garanzia sanitaria e igienica. “Sono vittime della guerra, della povertà e della malattia”, denuncia il francescano. “È paradossale che l’isolamento cui siamo costretti dalle milizie jihadiste di Tahrir al-Sham fino ad ora ha evitato la diffusione del virus” e anche per questo motivo che, aggiunge, “le nostre chiese sono ancora aperte”. “Non ci è permesso vestire il saio, avere le croci sui campanili e nemmeno decorare l’esterno delle chiese, ma all’interno possiamo celebrare. In questi giorni tantissimi fedeli partecipano alle funzioni religiose. Per noi è una luce di speranza”. “Ieri abbiamo celebrato il Giovedì Santo senza la lavanda dei piedi. Dopo la messa abbiamo acceso 12 candele sull’altare, simbolo degli apostoli, e altre 12 candele per tutti gli ammalati e i sofferenti del mondo anche a causa del virus. Questa sera celebreremo la Via Crucis e ricorderemo il Cristo morto. Sabato distribuiremo l’acqua benedetta alle famiglie che la useranno per benedire le loro abitazioni”. “Oggi vogliamo unire tutta la nostra sofferenza a quella di Cristo. Il nostro Calvario non sarà infinito. Siamo nel buco nero del mondo – conclude – ma anche qui la pietra del sepolcro di Cristo è destinata a rotolare via per fare entrare la luce della Resurrezione nella nostra vita, nella nostra terra e nelle persone sofferenti e sole”.

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