Primo maggio: diocesi Vicenza, “verso una crisi economica e sociale. Un dopo coronavirus da costruire tutti assieme”

“La festa del Primo maggio era diventata per la nostra diocesi vicentina una buona occasione per organizzare e vivere un momento di condivisione allargata di preghiera e di riflessione sul tema del lavoro, un appuntamento ormai diventato tradizione. L’emergenza causata dal Covid-19, che invece ci costringe a fermare gli eventi pubblici e le occasioni di assembramento sociale, obbliga ancora di più a riflettere e pregare per trovare un senso a questa situazione”. È la riflessione della commissione Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Vicenza per il Primo maggio. “La prima considerazione è che le nostre vite possono cambiare in modo radicale in pochi giorni a causa di un virus… Questo ricorda a tutti noi che siamo tutti legati l’uno all’altro, è un richiamo forte a prendere sul serio l’invito a riconciliarci con la Terra”. “Ci apprestiamo a celebrare il Primo maggio, per i cristiani cattolici nel ricordo di san Giuseppe lavoratore, esempio e testimone di fedeltà al progetto di Dio anche attraverso il lavoro quotidiano e l’impegno a crescere una famiglia grazie all’opera delle proprie mani”.
Il testo specifica: “Sappiamo che attraverseremo una fase di crisi economica e sociale e una recessione profonda, dentro un processo più generale di crisi e tensioni dovuta a guerre vere e proprie cosi come commerciali, a speculazioni finanziarie, ridislocazione dei sistemi produttivi. Sappiamo che gli effetti sugli assetti economici e produttivi saranno pesanti: è forte nelle persone l’incertezza verso il futuro, la paura di perdere il lavoro che, a sua volta, chiederà molti cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, nei tempi, nei luoghi e nei modi in cui si potrà stare assieme, nell’uso delle nuove tecnologie… E questo cambiamento coinvolge tutti: sindacati, imprenditori, famiglie, la scuola così come la vita ecclesiale. Può anche questa essere una occasione per ripensare il lavoro e avviare un percorso per una sua maggiore redistribuzione e umanizzazione”. “Impareremo perciò qualcosa di utile da questa emergenza? C’è il rischio che tanti di noi, impauriti, reagiscano con una maggiore chiusura. Anche la comunità cristiana è chiamata perciò a fare la sua parte per un dopo Coronavirus da costruire tutti assieme: laici, religiosi e preti, lavoratori e lavoratrici, giovani e studenti, insegnanti e operai e poi con le tante persone competenti di buona volontà, che sono già in prima linea in questa battaglia”.

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