Primo maggio: mons. Fanelli (Melfi-Rapolla-Venosa), “ripensare le nostre politiche pubbliche”

“Non c’è virus che tenga rispetto alla visione solidale e all’impegno di coloro che hanno deciso di mettere in atto buone pratiche per le future generazioni”. Ne è convinto mons. Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, che nel messaggio per il 1° maggio, Festa del lavoro, esorta a “programmare un modo di vivere e un modo nuovo di lavorare per vivere che possa ridurre al minimo possibile il rischio di contagio”. “Tocca a noi, oggi, decidere cosa possiamo fare per il domani”, l’esortazione del presule, che segnala tre criticità da superare: “la negligenza personale nel saper e nel sapersi formare adeguatamente rispetto alle nuove esigenze del lavoro; l’incapacità dei sistemi pubblici e privati di guardare oltre l’immediato e di non programmare le trasformazioni che possono rendere il lavoro più dignitoso per tutti”. Infine, l’inerzia di “non aggregarsi in organizzazioni che sappiano mediare tra interessi diversi”. ”La negligenza deve trasformarsi in attività propositiva nella formazione professionale”, propone Fanelli, secondo il quale “non c’è lavoro, da quello del dirigente sino a quello più umile, in cui la formazione professionale non sia necessaria”. L’incapacità di programmazione, invece, “va trasformata in capacità di programmare”, per “assicurare una forma di reazione equilibrata” anche ad eventi tragici ed imprevedibili come il Covid 19.

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