“La più bella impresa per un umano è aiutare gli altri, con quello che può, con quello che ha”. Con questa citazione Luigina Mortari, ordinario di pedagogia generale e sociale all’Università di Verona, ha aperto ieri il suo intervento al II Incontro nazionale dei referenti territoriali del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Cei, in corso a Roma. Al centro della riflessione, l’etica della cura come risposta alla vulnerabilità umana: la relazionalità, ha spiegato la studiosa, “mentre è nutrimento d’essere, allo stesso tempo rende vulnerabili”. Di qui la necessità di costruire una vera cultura della cura, che si esprime in due direzioni opposte ma complementari: “costruire pensieri e gesti di cura” e “decostruire modi di pensare quotidiani che generano e legittimano i gesti di violenza che attraversano la vita”. Per Mortari, “avere cura è procurare gesti e parole che fanno sentire bene” e, insieme, “diserbare il mondo della vita da ogni seme di violenza”. Le virtù essenziali di questa postura etica sono il rispetto e la generosità: “quando lascio che l’altro si mantenga irriducibile a me, si pongono le premesse perché si instauri una relazione etica”.