Coronavirus Covid-19: Custodia Terra Santa, l’impegno dei frati oggi e nelle pandemie del passato tra “rinserro, esposti e comunichino”

Gerusalemme, i frati durante la peste

Sono 407 i francescani morti di peste dal 1619 fino ai giorni nostri, frati che hanno sacrificato la propria vita per rimanere al fianco dei malati in tempo di epidemie. Lo rivelano fonti ufficiali dell’archivio della Custodia di Terra Santa che annota come il numero potrebbe essere ancora più alto solo se si avesse la necessaria documentazione. A ricordare l’impegno dei frati francescani nella cura dei malati e nell’assistenza spirituale dei fedeli durante le grandi epidemie di peste del 1347 e del 1370 è oggi la Custodia di Terra Santa, in un articolo pubblicato sul suo sito ufficiale. “L’attività dei medici francescani in Terra Santa fu determinante, grazie alle alte conoscenze dei frati. La Custodia di Terra Santa, infatti, fece venire dall’Europa frati competenti in materia di scienza e medicina. I medici francescani erano molto stimati dai locali e anche dalle autorità musulmane”, come attesta la storia che vide il Gran Mufti di Gerusalemme curato dal medico del convento di San Salvatore, fr. Giovanni da Bergamo, o il pascià di Acri, Muhammed al-Gezzar, che richiese molte volte al suo palazzo la presenza di fr. Francisco Lopez, medico di Gerusalemme.
Allora, come oggi per il Coronavirus, in tempo di epidemie i francescani si imponevano delle misure precauzionali, volte a limitare il contagio. In questi casi il Discretorio custodiale, l’organo di governo della Custodia, decretava il cosiddetto “rinserro”: a nessuno – religioso o laico – era concesso lasciare il convento e tutti i contatti con l’esterno erano mediati da un responsabile, incaricato anche di sorvegliare il rispetto di questa norma. È qualcosa di simile a quello che è accaduto in tempi recenti di pandemia da Covid-19, in cui il custode di Terra Santa ha chiesto ai frati di non uscire dai conventi fino a nuova indicazione. A fare il paragone con il passato è padre Narcyz Klimas, vice-archivista custodiale, che ricorda come “in passato alcuni religiosi rimanevano fuori durante il tempo di peste, erano solitamente il parroco e il collaboratore parrocchiale”, chiamati in gergo gli “esposti”, perché correvano più degli altri il rischio di contrarre la malattia e morire. “L’isolamento dal resto dei confratelli, chiusi in convento per il ‘rinserro’, rendeva la loro morte ancora più dura. I francescani, però, si offrivano per la cura del gregge con spirito di carità, cercando naturalmente di tutelarsi come potevano”. Un esempio è l’uso di un particolare strumento, il “comunichino”, una pinza in argento terminante con una specie di piattino o patena che serviva per distribuire l’Eucarestia senza entrare in stretto contatto con il fedele. Lo studio della medicina è sempre stato importante nell’ordine francescano. Lo stesso San Francesco, ricorda la Custodia, nel capitolo VI della Regola Francescana raccomanda la cura degli ammalati, perché “se la madre nutre ed ama il suo figlio carnale, quanto più ciascuno dovrà amare e nutrire il suo fratello spirituale”.
La Custodia in questo tempo di pandemia sta fornendo “supporto materiale e spirituale, tramite le parrocchie sparse in Terra Santa, e ha continuato ad erogare parte del salario ai dipendenti residenti nei territori palestinesi, cui non sono stati garantiti sovvenzioni economiche come la cassa integrazione”. “Il ruolo dei frati nella pandemia continua a essere importante dal punto di vista spirituale – sottolinea padre Klimas -, i nostri frati pregano per i malati e sono stati un sostegno anche in questo tempo di Pasqua. Quando la gente ha visto passare i frati per le strade della Città Vecchia che pregavano la Via Crucis del Venerdì Santo, ha sentito di nuovo coraggio”. La storia francescana in Terra Santa racchiusa nell’archivio custodiale continua a essere ancora oggi “una importante miniera di esperienza a cui attingere in tempi di difficoltà. Il custode di Terra Santa – rivela il vice-archivista – si avvale spesso delle fonti del nostro archivio custodiale, come nel caso della preghiera a Sant’Antonio, che ci ha chiesto di recitare in questo tempo difficile. È stata adattata a partire dalla preghiera del triduo a Sant’Antonio del 1917, quando i frati chiesero l’intercessione di Sant’Antonio contro la minaccia di cadere nelle mani dei turchi durante la guerra anglo-turca. Come ringraziamento, il 13 giugno 1920 Sant’Antonio fu proclamato patrono della Custodia di Terra Santa”. Lo stesso nel 1915 a Gerusalemme per l’ondata di locuste. “Ogni sera dopo la preghiera dei Vespri continuiamo a pregare sant’Antonio e lo faremo fino a che questa pandemia non sarà cessata”.

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