Charles de Foucauld: Pizzaballa (patriarca Gerusalemme), “si sentiva fratello di tutti”

“L’amore ritrovato per Gesù, farsi piccolo, cercare il nascondimento e un rapporto positivo e costruttivo con l’Islam. L’amore a Cristo gli bastava. Anzi, non gli bastava mai. Non era mai completo”. Sono queste, per il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, le caratteristiche di tutta la vita di Charles de Foucauld, del quale ieri a Nazareth, è stata celebrata la messa di ringraziamento per la canonizzazione. “Era giusto che qui a Nazareth, si ricordi e si celebri questo santo. Qui ha trascorso momenti importanti della sua vita, forse decisivi per il suo cammino di conversione, al punto che una parte della spiritualità a lui attribuita viene proprio chiamata ‘spiritualità di Nazareth’” che altro non è che “calarsi nella vita semplice dei poveri, farsi povero con loro, nascondersi in mezzo a loro”. Pizzaballa ha parlato della “ricerca, della relazione” come altri due tratti distintivi di de Foucauld: “Seguire Cristo significa continuare ogni giorno a cercarlo, desiderare di vedere il suo volto, di poterlo riconoscere nella vita dei piccoli, di farne esperienza. Amare Cristo, significa amare l’uomo. Per quei tempi, il suo era un modo nuovo di evangelizzare: in un periodo in cui i missionari occidentali andavano in tutto il mondo per portare a modo loro il Vangelo, il santo ha voluto andare in mezzo alla gente, in un certo senso, per farsi evangelizzare da loro, facendosi vicino, cercando di impararne i valori, i modi di fare, la loro cultura, la lingua, le tradizioni. Si sentiva fratello di tutti, anticipando quello che oggi è un tema centrale nella vita della Chiesa. Ma la sua idea di fraternità non si appoggiava su sentimenti vaghi o generici. Era fondata e scaturiva dal rapporto diretto con Gesù”. “Ciò che colpisce di questo santo, è che sembra non abbia fatto nulla. Non ha convertito nessuno, non ha fondato niente e, leggendo gli archivi dei nostri conventi di Terra Santa e del Patriarcato, non è riuscito a realizzare nessuno dei suoi progetti, non ha sconvolto nessuno con la sua testimonianza. Anzi, forse, conoscendo un po’ i nostri ambienti, deve essere stato forse considerato come uno dei personaggi un po’ strani che spesso frequentano i nostri ambienti di Terra Santa. Insomma, è un santo che non porta a casa risultati. Nessuno. E muore ucciso, banalmente, come molti oggi”. L’unico criterio con il quale si può misurare l’esperienza di de Foucauld, ha aggiunto il patriarca, “è l’amore. L’amore a Cristo l’ha portato ad imitarlo in tutto, fino alla morte. L’amore vero è sempre generativo, apre sempre alla vita e a nuovi orizzonti”. E così è stato anche per il santo. “Dopo la sua morte – ha ricordato Pizzaballa –, proprio attorno a lui sono nate diverse congregazioni, movimenti, percorsi spirituali, ispirati alla sua esperienza. Alcuni di loro sono qui presenti tra noi, nella nostra Chiesa di Gerusalemme. E questo ci ricorda che quando l’esistenza è davvero riempita da un amore vero, lascia sempre dietro di sé un’impronta”. L’eredità che de Foucauld lascia alla Chiesa di Terra Santa è di “non operare nella vita della Chiesa in cerca di un risultato. Ci invita a liberarci dalla ricerca dell’esito ad ogni costo, del successo nelle nostre imprese. Ci ricorda che per essere Chiesa non è necessario costruire grandi imprese. La vita della Chiesa è fonte di vita quando scaturisce dall’incontro e dall’amore a Cristo. È questa la prima testimonianza a cui siamo chiamati. Senza l’amore a Cristo, di noi restano solo strutture costose, siano essere fisiche che umane. De Foucauld ci lascia in eredità la ricerca di una relazione serena con quanti non conoscono Cristo, e in particolare con l’Islam, che ha segnato così profondamente la sua vita, e che in questo periodo è un tema così attuale e necessario. Non per convertire, certo, ma per rendere testimonianza all’amore di Cristo, che ci rende tutti fratelli”.

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