Funerali Sebastian Galassi: don Tarchi (parroco), “doveroso nel lavoro mettere al centro i tempi di vita delle persone e pretendere condizioni dignitose”

“La morte, quando bussa alla porta della nostra casa o coinvolge parenti e amici, è come un terremoto, scuote dalle fondamenta le nostre sicurezze, pone domande nuove e, nella vicenda di Sebastian, problemi irrisolti”. Lo ha sottolineato, don Paolo Tarchi ieri durante l’omelia del funerale di Sebastian Galassi, il rider 26enne rimasto vittima di un incidente stradale a Firenze, nella parrocchia di San Martino a Mensola, a Firenze. Ricordando le parole di Giovanni Paolo II nella Laborem Exerecens – “Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro” – e di Papa Francesco – Questa economia uccide … Si considera l’essere umano come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare…” – don Tarchi ha evidenziato: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali, ci ricorda la Bibbia (1Tm 6,10) -. La sete insaziabile di denaro ha scelto ai nostri giorni come vettore insostituibile la velocità. La velocità, che sul lavoro prende il nome di lavoro a cottimo, la velocità a cui non interessa il volto della persona e le sue necessità, ma affida ad un algoritmo il rispetto insindacabile dei tempi, la velocità che nella viabilità può mettere a rischio la vita propria e degli altri”. Il parroco, citando la mail inviata da Glovo al rider per la mancata consegna, dovuta in realtà all’incidente, ha affermato: “Quanta tristezza e quanto poco rispetto della vita umana in quella email, icona di una economia che si è smarrita, di una economia, per usare le parole di Papa Francesco, che uccide: ‘Siamo spiacenti che il tuo account è stato disattivato per il mancato rispetto di termini e condizioni. Cordiali saluti’. In ‘Sorry, we missed you’ film del 2019, Ken Loach regista inglese, descrive con lucidità le conseguenze di una vita familiare regolata dalla dittatura di un algoritmo. È doveroso andare in piazza, è un dovere alzare la voce. È un dovere per le parti sociali ascoltare il grido di chi non ha voce. È un dovere pretendere condizioni di lavoro dignitose. È doveroso nel lavoro mettere al centro i tempi di vita delle persone”.

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