Messe con il popolo: Montecassino, ieri prima celebrazione dopo il lockdown. L’abate Ogliari, “segno di una normalità che gradualmente si riavvicina”

“Tornare a celebrare l’Eucarestia insieme è per noi oggi fonte di gioia. Vedere di nuovo visitatori e pellegrini salire la scalinata nel chiostro bramantesco è il segno di una normalità che, seppur gradualmente, si riavvicina. Avere la possibilità di pregare alla tomba di san Benedetto è stato per molti rassicurante. Ci auguriamo che possa essere fonte di fiducia e di forza necessarie per una vigorosa ripresa in tutti gli ambiti della nostra esistenza sia privata sia pubblica e lavorativa”. Lo ha affermato ieri l’abate di Montecassino, mons. Donato Ogliari, all’inizio della celebrazione eucaristica che ha presieduto in cattedrale, la prima dopo il lockdown.
Nell’omelia, l’abate si è soffermato sul significato della Pentecoste: “Il dono delle lingue che accompagna l’effusione dello Spirito, va compreso sullo sfondo della cosiddetta confusione delle lingue seguita al fallimento della costruzione della torre di Babele”. “Se là, la molteplicità delle lingue era fattore di incomunicabilità e divisione, qui – ha osservato – diventa, invece, un segno dell’universalità della Chiesa che, pur presentandosi come l’unico Corpo di Cristo, è chiamata a diffondersi su tutta la terra, tra i popoli di ogni lingua e nazione”. “Grazie allo Spirito che agisce nella Chiesa, la diversità non è più causa di fratture, ma è segno di ricchezza e di creatività, poste al servizio dell’unica comunione”, ha evidenziato mons. Ogliari. “Come un movimento in due tempi: in Cristo siamo ‘uno’ anche se rimaniamo ‘unici’, cioè ‘diversi’, grazie appunto al soffio dello Spirito che agisce in maniera creativa in ciascuno di noi”, ha proseguito, sottolineando che “lo Spirito Santo, infatti, non è un rullo compressore, ma agisce nel cuore di ogni credente in maniera diversificata, infondendovi la sua vita d’amore, quella vita che scaturisce dal cuore stesso di Dio e che tutto rinnova”. E “nel perdono c’è il segno della presenza dello Spirito in noi e in mezzo a noi; c’è la possibilità di dare forma ad un’umanità redenta”. “La capacità di perdono – ha concluso l’abate – fa di noi dei decisi oppositori del male, dei facitori di riconciliazione e di pace, dei costruttori di ponti, dei samaritani del prossimo, dei seminatori di speranza. Soprattutto, la capacità di perdonare significa contribuire – secondo un’espressione cara a san Paolo VI – all’edificazione della ‘civiltà dell’amore’”.

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