Fine vita: don Angelelli (Cei), “vogliamo tenere la mano a tutti i sofferenti perché nessuno si senta abbandonato”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La pastorale della salute “abita i luoghi della sofferenza per stare accanto ai malati, ovunque essi siano, nelle strutture o nelle case. Si prende cura di loro, soprattutto delle loro relazioni ferite”, a cominciare dalla relazione con se stessi, con gli altri e fino alla relazione con Dio. “In ascolto delle persone malate, nel rispetto della loro esperienza, vogliamo tenere la mano a tutti i sofferenti, perché nessuno si senta abbandonato, non curato, non accompagnato”. Così don Massimo Angelelli, direttore Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, nella prefazione del documento “Alla sera della vita. Riflessioni sulla fase terminale della vita terrena” (editoriale Romani 2020), presentato oggi in conferenza stampa online. “Se la malattia ferisce il corpo e crea solitudine, una presenza amorosa intende prendersi cura della persona e riempire quello spazio vuoto. Questo è compito dell’intera comunità cristiana”, prosegue il sacerdote. Secondo Angelelli, il contesto sociale in cui viviamo “ha rimosso le idee di sofferenza, malattia e morte, negandole anche alle generazioni più giovani, con l’intento di proteggerle da possibili effetti negativi”, ma il risultato è “quello di anestetizzare le coscienze al punto di pensare che, quando questi eventi arrivano, siano accidentali, ovvero causati da imperizia di qualcuno”. La morte è invece “il naturale compimento della vita di ciascuno di noi. Ma se la vita terrena ha una dimensione finita, l’uomo è chiamato all’eternità”. Di qui, conclude don Angelelli, il testo presentato oggi, “una riflessione serena e rispettosa del vissuto del sofferente, partendo dal suo essere persona e offrendo la disponibilità” per quell’ “accompagnamento umano sereno e partecipativo” auspicato dal Papa nell’udienza ai partecipanti al IV Seminario sull’etica nella gestione della salute nell’ottobre 2018.

 

 

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