Chiesa italiana: card. Zuppi, serve “cambio di paradigma”, “altrimenti tutto si esaurisce nelle discussioni interne”

“C’è un popolo numeroso nelle nostre città, molto più di quanto misuriamo con categorie spesso vecchie, giudicando con indicatori ormai superati che non ci fanno accorgere di tanti segni importanti”. A garantirlo è il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, nella sua introduzione al Consiglio permanente dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 25 gennaio. “Lo percepiamo dall’attenzione verso la Chiesa e i suoi ministri. Lo vediamo in alcuni momenti particolari della vita delle persone e della società”, ha proseguito il cardinale citando la scomparsa di fratel Biagio Conte a Palermo, “un giovane ricco convertitosi a missionario del Vangelo e amico dei poveri, profeticamente alternativo e vicino alla gente comune, ha suscitato in modo sorprendente attenzione attorno alla sua figura”. “Avere una visione larga del popolo, sapere che già c’è un popolo di Dio nascosto, non è consolatorio o illusorio, ma missione larga e dialogo rinnovato”, ha osservato Zuppi ricordando che già la Chiesa degli Atti degli Apostoli era “attraversata da divisioni e personalismi”. L’antidoto consiste nella capacità di “essere un corpo, di capire l’unità che valorizza l’individuo, per non ripiegarsi ma trasmettere fede, simpatia, speranza. Solo l’unità permette alla comunità di essere creativa”. Lo testimonia il Cammino sinodale, che chiede un “cambio di paradigma”: “Molti, soprattutto laici, esprimono il disagio per forme ecclesiali sentite come poco partecipative. Anche i nostri presbiteri ci comunicano la fatica di mantenere le attività in cui un tempo erano impegnate forze ben più cospicue”, fa notare il presidente della Cei individuando la necessità di “identificare alcune priorità, soluzioni creative e rispondenti alle tante attese delle nostre comunità e del popolo numeroso cui svelare la presenza di Dio che già è nella loro vita”. Spesso, denuncia Zuppi, “ci sentiamo catturati dai molti servizi, anche oggettivi, che finiscono per diventare una prigione dalla quale non sappiamo affrancarci. Alcune discussioni, calcoli e polarizzazioni nascono da questo atteggiamento”. Di qui la necessità di “non lasciarci trascinare dagli affanni”: “Non stanchiamoci di alzare gli occhi strappandoli dall’onnipresente io, dalle sue infinite interpretazioni che non aiutano a risolvere il vero problema del suo significato che è trovare il noi, per chi vivere. Alzare gli occhi ci è necessario per capire oggi il nostro popolo, tutto, quello prossimo e quello più lontano, ma che per questo non ha voltato le spalle al Vangelo”. “Insieme compiamo l’esercizio di guardare oltre e di guardare intorno, chiedendoci cosa il popolo porta nel cuore, quali le sue preoccupazioni e la sua ricerca, sempre coinvolti dalla compassione di Gesù per le pecore stanche e sfinite perché senza pastore”, l’invito del cardinale: “Altrimenti tutto si esaurisce nelle discussioni interne e non nel ripensare l’interno in chiave missionaria, di farlo sulle nostre misure e non cambiare queste su quanto è richiesto”.

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