Welfare: Russo (Acli), “superare concetto di prestazione sanitaria tradizionale”. Don Colmegna, “Casa comunità sia risorsa per l’incontro e la partecipazione attiva”

“La Casa della comunità può davvero rappresentare una svolta per come intendiamo noi l’approccio alla cura”, lo dichiara il vicepresidente nazionale delle Acli con delega al Welfare, Antonio Russo, in occasione dell’evento “La Casa della comunità: nuova cultura della salute”, organizzato oggi pomeriggio, nella sede nazionale a Roma, dalle Acli, con l’Associazione Prima la comunità e l’Associazione Salute diritto fondamentale, in collaborazione con la Rete Salute welfare territorio. “Si tratta infatti di un luogo fisico, ma non solo (ne fanno parte anche le reti formali e informali presenti sul territorio) che supera il concetto di servizio e prestazione sanitaria tradizionale, valorizzando le diverse risorse dei territori e facendo emergere una ricchezza socialmente rilevante, fatta di valori, storie ed esperienze, il cui intreccio sistemico permette di concepire un altro modo di fare welfare”, evidenzia Russo.
Il manifesto “La Casa della comunità: la salute per tutte e per tutti”, che sarà presentato oggi pomeriggio, durante l’evento, “nasce perché questo è il momento di aprire una campagna per le Case della comunità, previste da Pnrr – precisa don Virginio Colmegna, presidente dell’Associazione Prima la comunità – affinché siano realizzate come vera innovazione del sistema di welfare, come autentico potenziamento della tutela della salute nei territori, a partire dai bisogni e non dai servizi e dove si realizza finalmente una concreta integrazione sociale e sanitaria capace di accogliere le persone soprattutto quelle più fragili”. Secondo il sacerdote, “la Casa della comunità assume per le persone anche una dimensione simbolica come risorsa per l’incontro e la partecipazione attiva: luogo abitato dai cittadini e non solo consumato come qualsiasi altro dove si erogano ‘prodotti/prestazioni’ da consumare. C’è il rischio reale che tutto si riduca semplicemente a cambiare il nome del poliambulatorio e non si faccia veramente quel salto di paradigma dalla sanità alla salute, soprattutto salute di comunità (la pandemia ci ha insegnato che non ci si salva da soli). Avremmo sprecato una occasione irripetibile”.

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