Coronavirus Covid-19: card. Betori (Firenze), vaccino non è “una violenza fatta alla nostra libertà”

“Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al dramma che oggi si profila per tanti uomini, donne e bambini di quel Paese, per la loro dignità di persone e per la costruzione di una società pacificata”. Sono le parole dedicate dal card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, all’Afghanistan, nel suo intervento a conclusione dell’Assemblea del clero che si è svolta alla Certosa del Galluzzo. “Come credenti e come Chiesa, sulla scia dell’insegnamento dei Papi – prosegue il cardinale – non possiamo non considerare nostro dovere ribadire quanto i diritti umani siano imprescindibili e operare perché ovunque siano rispettati, nonché sentire vicini a noi tutti quei popoli, e non sono pochi, in cui questi diritti, tutti o anche solo in parte – penso in particolare al diritto alla libertà religiosa –, vengono violati, causando sofferenze, persecuzioni e morti”. “Di fronte a crisi umanitarie, là dove è in questione la vita umana, la famiglia, la salute e la formazione della persona – il riferimento alla questione dei profughi – non ci si può lasciar confondere da polemiche pretestuose: la carità non può avere confini e non accetta distinguo. E questo non vale solo per i richiedenti asilo, ma per ogni situazione di degrado o di pericolo per la persona umana e la sua dignità”.
Quanto alla vaccinazione contro il Covid, sulla scorta delle parole di Papa Francesco, il card. Betori la definisce “un atto a cui sottoporci anzitutto noi e da richiedere a quanti hanno ruoli di animazione nella vita pastorale, per la responsabilità che si ha nei contatti con la gente, ma anche un gesto a cui sollecitare tutti”. Lo stesso vale per il rispetto delle normative relative al green pass: “Tutto va fatto nella prospettiva di cooperare alla salute di tutti. Non cadiamo nel tranello di chi vorrebbe farci vedere nel vaccino una violenza fatta alla nostra libertà. Questa è una posizione che deriva da una cultura individualista che non possiamo condividere. Noi siamo fautori di una cultura della persona e non dell’individuo, e quindi della relazione e della solidarietà. Sono questioni che toccano il cuore del Vangelo. Nessuno può sentirsene esonerato”.

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