Pasqua 2020: Squillaci (Fict), “nelle nostre comunità lottiamo ogni giorno, ma nella serenità di quel volto segnato dalla passione, riponiamo la nostra speranza”

“È proprio una Pasqua strana quella che si avvicina. Stiamo attraversando un momento terribile, al quale non eravamo assolutamente preparati. Abbiamo avuto la chiara dimostrazione della nostra fragilità e del valore effimero delle tante cose di cui ci circondiamo ogni giorno. Nelle nostre comunità stiamo lottando ogni giorno, tentando, con il poco a disposizione, di non perdere di vista il significato del nostro agire, i valori fondanti di ‘Progetto Uomo’”. Lo scrive Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche, in una lettera per Pasqua ai centri Fict.
“Sappiamo tutti delle difficoltà a fare comprendere ai nostri ragazzi le restrizioni del momento per non perdere il lavoro educativo sin qui svolto. Conosciamo bene le fatiche dei nostri operatori, spesso costretti a lavorare con dispositivi di fortuna, vincendo le loro paure e quelle dei loro familiari. Abbiamo vivo nel nostro cuore il senso di abbandono da parte delle istituzioni, che continuano a dimenticarsi di noi nei provvedimenti normativi e che non si curano di verificare e condividere gli enormi problemi con i quali siamo costretti a confrontarci. E – aggiunge il presidente – purtroppo sentiamo molto bene l’angoscia per il futuro dei nostri centri, che dovranno affrontare una crisi enorme e che già ora si trovano a doversi confrontare con carenze e deficit importanti”.
Eppure, “tra pochi giorni sarà di nuovo Pasqua. Conosciamo bene il valore della Resurrezione, per averlo vissuto tante volte negli occhi e nei cuori dei nostri ragazzi. Per questo dobbiamo lasciare da parte, almeno per qualche giorno, le fatiche, i problemi e le angosce. Per una volta, e solo una, riapriamo le porte delle nostre comunità per lasciare entrare il Cristo risorto”, l’invito. “Lo dobbiamo – afferma Squillaci – ai nostri ragazzi, a quelli che sono nelle nostre comunità e ai tanti, troppi, che ancora sono in strada e lottano per la loro vita. Lo dobbiamo ai nostri operatori, che stanno andando ben oltre gli orari e le mansioni, testimoniando quotidianamente il significato più profondo dell’essere educatori. Lo dobbiamo al Paese, ai tanti disperati che attendo risposte e anche a chi quelle risposte dovrebbe fornirle, ma rimane ancora sordo al grido del povero. E lo dobbiamo a tutti noi, che ancora oggi, nel mezzo di una pandemia planetaria, ci ostiniamo a ricercare il bello ed il bene in ogni uomo”.
Il presidente conclude: “Nella serenità di quel volto segnato dalla passione, riponiamo la nostra speranza, certi che, per quanto lunga e buia sarà la notte, torneremo infine a vedere l’aurora. E sarà bello riascoltare ancora una volta il grido di liberazione ‘Lazzaro, vieni fuori'”.

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