Colombia: protesta popolare repressa nel sangue. Si parla di oltre 20 morti, centinaia di feriti e detenzioni. Duque chiede di ritirare la riforma tributaria

(Foto ANSA/SIR)

La notizia è arrivata nel pomeriggio di ieri (ora locale). Il presidente della Repubblica della Colombia, Iván Duque, dopo che sabato gruppi di manifestanti erano arrivati fin sotto la sua abitazione privata, nella zona settentrionale della capitale Bogotá, ha chiesto al Congresso di ritirare il progetto di riforma tributaria che ha scatenato, a partire da mercoledì scorso, un’ondata di proteste popolari, spesso pacifiche ma con vari episodi di violenza, vandalismo e saccheggi, comunque sfociate nel sangue, secondo numerose testimonianze, in seguito alla repressione dell’Esmad, la Polizia speciale colombiana, e dello stesso Esercito. Difficile, nella situazione caotica che si vive nel Paese, fare un bilancio, ma nonostante la Procura della Repubblica finora abbia riconosciuto l’esistenza di nove vittime, pare che il bilancio sia decisamente maggiore. Ieri si parlava di almeno di 21 morti in tutto il Paese (questi i dati riportati dall’ong Temblores), la maggioranza (almeno 14) a Cali, la più grande città del sudovest. Ma nella tarda serata e nelle prime ore della notte si sono verificati in tutto il Paese altri gravi episodi, sempre a Cali (circa 20 feriti e forse due morti), a Palmira, a Neiva e nella capitale. Tra le persone uccise a causa della repressione, ci sono anche dei minori (sicuramente a Cali, a Palmira e a Ibagué).
E tutto questo nei giorni del picco della terza ondata del Covid-19, con circa 500 morti al giorno e le terapie intensive quasi sature. Proprio per questo, da varie parti e anche dalla Conferenza episcopale colombiana (che ha poi incontrato i leader dello sciopero nazionale), era giunto l’invito a trovare forme alternative di protesta a quella di piazza. Ma, evidentemente, il disagio sociale ha raggiunto un livello di saturazione e sono centinaia di migliaia le persone scese in strada (come del resto era già accaduto prima dell’arrivo della pandemia).
La repressione è stata stigmatizzata dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh), che ha invitato lo Stato colombiano a “investigare prontamente e diligentemente, chiarendo le denunce sulla partecipazione di agenti di sicurezza” a casi di “persone morte, ferite, detenzioni arbitrarie, denunce di violenza sessuale”.

Polemiche ha suscitato un tweet dell’ex presidente Álvaro Uribe, oscurato dal social, che invitava gli agenti a sparare sui civili.
“Dopo quelli dello scorso 9 settembre, non sono tollerabili dalla comunità internazionale queste repressioni e massacri”, denuncia da Bogotá al Sir Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani, che ha riscontrato direttamente in questi giorni episodi di violenza e repressione. Girano anche alcuni video, come quello, rilanciato sui social, che documenta sparatorie e la morte di un giovane nel sud della capitale.

Oltre ai morti, secondo le informazioni di “Temblores”, ci sarebbero quasi 700 arresti arbitrari e 940 casi di violenza da parte della Polizia. Risultano anche centinaia di feriti e decine di persone scomparse. Si parla anche di 12 giovani feriti agli occhi a causa dei proiettili di gomma sparati dalla Polizia. “Di fronte alla sproporzionata repressione – continua Morsolin – il difensore del popolo, Carlos Camargo, se ne sta a Miami a farsi vaccinare contro il Covid-19. La gente è in pratica indifesa. Le testimonianze che ho ricevuto dall’Osservatorio della realtà sociale dell’arcidiocesi di Cali parlano di spari indiscriminati nelle periferie. Un diciassettenne sarebbe stato freddato dopo che aveva sferrato un calcio alla moto di un poliziotto”. Nelle ultime ore, riporta l’esperto di diritti umani, “nel sud di Bogotá sono stati usati gas lacrimogeni contro bambine, a Balmira, l’Esmad ha sparato dall’elicottero”.

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