Intelligenza artificiale: Laudadio (Tim), “sedimentazione dei pregiudizi potrebbe farci sembrare il risultato come un dato perfetto”

Oggi “l’informatica ha fatto un salto quantico, si è lasciata alle spalle l’informatica che cadeva sotto il nostro controllo”. Così Pier Cesare Rivoltella, direttore del Centro di ricerca sull’Educazione ai media all’informazione e alla tecnologia dell’Università Cattolica di Milano, durante il convegno on line della Università Pontificia Salesiana. “La relazione si è capovolta – afferma – e siamo entrati nella stagione della informatica generativa in cui il codice trasforma il senso del luogo, modifica la nostra esperienza del tempo sempre più accelerata, e produce nuove forme di vita artificiale. In questi mesi e nel prossimo futuro avremo delle interpellazioni etiche e antropologiche nuove. Su tutti questi aspetti si sta scontando un ritardo, sarà bene rimboccarsi le maniche”. Ad essere sicuro che le macchine non ci sostituiranno in toto è Massimo Chiriatti, IBM University Programs Leader – CTO Blockchain & Digital Currenciesdell’Ibm, anche se “Avremo molte opportunità di lavorare insieme – ricorda – quante più relazioni si creeranno. Quando facciamo relazioni, il lavoro lo troviamo nell’occhio dell’altro”. Alcune perplessità sull’uso dell’intelligenza artificiale nel campo dello sviluppo delle risorse umane nelle aziende le solleva Andrea Laudadio, Responsabile Tim Academy and Developmentdi Tim: “Prendiamo per esempio i colloqui di lavoro – spiega –, sappiamo che i candidati non sono esattamente sinceri. Non credo quindi che gli strumenti di intelligenza artificiale applicati nella selezione possano essere usati da chiunque senza una appropriata formazione psicologica. Mi preoccupa – aggiunge – che ci sia una percezione di infallibilità e una sottovalutazione di questi sistemi che lavorano su serie storiche e base statistica. Se per esempio, l’azienda in passato ha poco valorizzato le donne, la mia preoccupazione è che ci possano essere dei bias cognitivi da parte della macchina. La sedimentazione di questi pregiudizi – conclude – potrebbe farci sembrare il risultato come un dato perfetto”.

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