Lavoro: Inapp, “il 14,9% degli occupati svolge parte dell’attività da remoto, potrebbe essere quasi il 40%”. Fadda, “occasione per ora non pienamente sfruttata”

“Il lavoro da remoto non decolla, anzi. In Italia è appena il 14,9% degli occupati che svolge parte dell’attività da remoto, ma potrebbe essere quasi il 40%, considerando la potenziale telelavorabilità. Pertanto, la quota che effettivamente si traduce in lavoro a distanza è minoritaria, nonostante il boom che si è avuto nel 2020, in piena pandemia, quando si è passati dal 4,8% dell’anno precedente al 13,7%”. È quanto emerge dalle ultime analisi dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche presentate oggi nel corso della giornata di studi “Lavoro agile, definizioni ed esperienze di misurazione” che si è tenuta a Roma presso l’auditorium dell’Inapp.
“Svolgere una professione teoricamente telelavorabile – ha dichiarato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché si abbia la possibilità di sperimentare lavoro da remoto”. “I dati – ha spiegato – ci dicono che la quota del lavoro da remoto varia dal 25% per le professioni intellettuali o esecutive al 2% di quelle non qualificate. Dietro questa distribuzione vi è sicuramente il differente grado di fattibilità del lavoro da remoto nelle diverse professioni, ma anche la differente capacità manageriale di adottare nuovi modelli di organizzazione del lavoro facendo uso delle nuove tecnologie digitali”.
Stando all’indagine un primo altolà viene dai datori di lavoro nel settore privato extra-agricolo: per le imprese fino a 5 dipendenti l’84% dei lavoratori svolge mansioni che non possono essere eseguite a distanza, ma al crescere della dimensione dell’azienda si riduce tale quota (il 56,4% fra quelle medie, 50-249 addetti e 34,2% fra le realtà con oltre 250 addetti). Nel 2021 solo il 13,3% delle imprese intervistate ha utilizzato tale modalità.
Secondo le analisi presentate oggi, a svolgere un lavoro telelavorabile sono soprattutto i laureati, i dipendenti delle imprese di grandi dimensioni, gli occupati nei servizi e i dipendenti pubblici.
Per Fadda si tratta dunque di “un’occasione non pienamente sfruttata, almeno per il momento”. “Dai dati, dunque, non emerge quel cambio di paradigma lavorativo che la pandemia sembrava aver innescato”, ha rilevato, aggiungendo che “almeno nel nostro Paese è come se durante la pandemia avessimo vissuto in ‘una grande bolla’ e il ritorno alla normalità stesse vanificando le potenzialità del lavoro a distanza, a causa di una ridotta capacità di introdurre radicali innovazioni nell’organizzazione del lavoro che preveda una combinazione di fasi di lavoro da remoto con fasi di lavoro in presenza”.

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