Lavoro: Inapp, in Italia “appare ancora intrappolato nella precarietà”. A tempo determinato 7 nuovi contratti su 10, siamo l’unico Paese Ocse nel quale in 30 anni il salario medio annuale è diminuito

Terminata l’emergenza Covid-19, in Italia il mercato del lavoro appare ancora intrappolato nella precarietà: dei nuovi contratti attivati nel 2021 circa sette su dieci (il 68,9%) sono a tempo determinato, il part time involontario coinvolge l’11,3% dei lavoratori (contro una media Ocse del 3,2%), solo il 35-40% dei lavoratori atipici passa nell’arco di tre anni ad impieghi stabili, i lavoratori poveri rappresentano ormai il 10,8% del totale. È quanto emerge dal “Rapporto Inapp 2022 – Lavoro e formazione, l’Italia di fronte alle sfide del futuro” presentato oggi alla Camera dei deputati da Sebastiano Fadda, presidente dell’Istituto nazionale per l’Analisi delle politiche pubbliche (Inapp), alla presenza del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone.
L’Italia, sottolinea l’Inapp, è l’unico Paese dell’area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9%), mentre in Germania è cresciuto del 33,7% e in Francia del 31,1% e dove le politiche in tema di sostenibilità sono state adottate appena dall’8,6% delle imprese, di queste la gran parte solo per il miglioramento nella gestione dei rifiuti, dove invece resta una chimera la creazione di filiere ecosostenibili (appena 1,2%) e per la produzione/consumo di energie da fonti rinnovabili (3,1%).
In Italia, poi, il tasso di occupazione, sceso dal 58,8 al 56,8% all’inizio della pandemia, ha ripreso a crescere solo nel 2021 e ha impiegato 18 mesi per tornare ai livelli pre-crisi. Nei Paesi Ocse la risalita era già consistente nel secondo trimestre 2020 e si è completata in 15 mesi. Nel 2021 sono stati 11.284.591 le nuove assunzioni, con prevalenza della componente maschile: 54% contro il 46% per le donne.

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