Libano: Operazione Colomba, per i profughi siriani nel Paese dei Cedri “sfratti forzati, arresti arbitrari, sparizioni, deportazioni e povertà”

Campo Rifugiati siriani in Libano (Foto Sir/Rocchi)

Condizioni di vita deteriorate, povertà, sfratti forzati, raid dell’esercito nei campi, arresti arbitrari, sparizioni, deportazioni e persistente mancanza di condizioni minime di sicurezza per il ritorno in Siria. È quanto emerge dal quinto Report sulla violazione dei diritti umani dei profughi siriani in Libano, dal titolo “Profughi siriani in Libano, un assedio che si fa sempre più stretto”, redatto da Operazione Colomba, il corpo nonviolento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, che dal 2014 vive assieme ai profughi siriani nei campi del nord del Libano. Nel Libano in piena crisi economica e finanziaria, dove si registrano fortissimi rincari su ogni tipo di merce e mancanza di beni primari come medicine, latte per i bambini,  benzina, gasolio e corrente elettrica, il 99% delle famiglie siriane è caduto sotto la soglia di povertà. La conseguenza, si legge nel Report, è l’incremento del lavoro minorile e dello sfruttamento dei bambini, moltissimi dei quali lavorano in campagna per poche lire. Il 50% delle  famiglie, inoltre, ha smesso di mandare i figli a scuola, a causa dell’alto costo dei trasporti. I beni essenziali e di prima necessità sono diventati inaccessibili per il 47% dei libanesi e per circa il 90% dei siriani. Il Report denuncia sfratti forzati e raid dell’esercito nei campi profughi. Nel periodo che va da marzo a settembre 2021, questi sfratti sono andati avanti e sono aumentati a causa della crisi economica e dell’impossibilità dei siriani di pagare l’affitto delle tende o delle case. Sempre nello stesso periodo di tempo, nell’enclave di Arsal – abitata da 35.000 libanesi e 100mila siriani, di cui 80mila nei campi – non si sono mai fermati i raid militari nei campi profughi. Eseguiti senza un motivo specifico, sono sempre stati seguiti da arresti arbitrari di siriani accusati, senza fondamento, di essere sostenitori dell’Isis o della rivoluzione siriana e dei gruppi armati ad essa collegati. L’accusa di terrorismo è dal 2014 il principale motivo di arresto di cittadini siriani e quasi sempre avviene senza prove, in seguito a denunce effettuate da altri cittadini siriani o libanesi e per colpire oppositori del regime siriano. Le ritorsioni sui siriani si nutrono anche di episodi di sfollamento come punizione collettiva a danno di profughi rei di aver avuto discussioni e liti con libanesi. Il quadro è stato aggravato poi dalle elezioni in Siria che i rifugiati in Libano avevano pure vissuto con una tenue speranza naufragata di fronte alla “totale assenza di aperture democratiche in Siria”. A riguardo il Report denuncia “come molte persone nei campi siano state minacciate per andare a votare e nelle zone sotto il controllo di Hezbollah (valle della Bekaa, alcuni quartieri di Beirut) addirittura fatte andare a votare con la forza in ambasciata”. Operazione Colomba ha anche raccolto testimonianze di vari gruppi di siriani “attirati a Tripoli con la promessa di ricevere degli aiuti, salvo poi arrivare nel luogo stabilito e trovare sostenitori del regime siriano che volevano fotografarli di fianco a immagini di Bashar al Assad, per fare propaganda”. Le ultime elezioni, inoltre, “non hanno cambiato la situazione, né l’atteggiamento del regime siriano nei confronti dei profughi considerati traditori”. In Libano, si legge nel Report, “la questione del ritorno è particolarmente cara ai partiti alleati del regime siriano, al fine di ottenere consensi e voti dai libanesi che non tollerano la presenza dei siriani nel Paese. Hezbollah è un altro attore attivamente coinvolto nell’organizzazione dei ritorni: collaborando con le autorità siriane, il partito ha avviato una propria iniziativa per organizzare il ritorno dei siriani dal Libano, anche se non si conoscono i dettagli pratici di tale processo. La questione dei ritorni, dunque, è una questione politica dal peso enorme”. I siriani, denuncia Operazione Colomba, “sanno che tornare significherebbe solo rischiare di morire in carcere oppure andare a combattere. Anche le donne rischiano l’accusa di terrorismo, come avviene con tantissimi siriani arrestati rientrando dal Libano”. I ricercatori di Achr (Access Center for Human Rights) riportano ad Operazione Colomba che, dall’inizio del 2021, sono riprese le deportazioni dopo uno stop nel 2020 dovuto alla pandemia da Covid-19. Achr al 9 di settembre scorso ha documentato “almeno 18 casi di deportazione: 16 di queste sono casi individuali, incluso un disertore dell’esercito siriano. Il numero è sicuramente molto più alto”.

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