Violenza su donne: durante il lockdown +50% di richieste di aiuto nei centri della cooperativa Be-free tra Lazio, Abruzzo e Molise

“Stare tre mesi chiusi in casa è stato difficile per tutti. Lo è stato molto di più per chi ha dovuto condividere spazi anche angusti con uomini violenti, senza poter uscire per interrompere quelle dinamiche”. Ne è convinta Carmen Carbonaro, coordinatrice del centro anti violenza I-Dea di Fiumicino (Rm), gestito dalla cooperativa Be-Free, che nel Lazio, in Abruzzo e in Molise ha centri anti violenza e case rifugio per donne vittime di maltrattamenti. Durante la quarantena, le richieste di aiuto sono aumentate del 50%. “Dopo un iniziale calo, in aprile c’è stato il picco di chiamate sia da donne seguite in precedenza sia da chi non aveva mai chiamato centri anti violenza – prosegue Carbonaro –. Ci hanno raggiunto anche via Facebook: essendo più controllate, era difficile contattarci. Per 16 di loro abbiamo trovato ospitalità in residence, grazie al contributo della Fondazione Haiku. Nelle case rifugio non si potevano mettere in atto le procedure per nuove accoglienze. La maggior parte di loro ora ha trovato soluzioni abitative più stabili”. Sostegno psico-emotivo, psico-sociale, consulenza legale, empowerment per l’autonomia sono gli ambiti in cui opera Be-free, spesso su segnalazione di servizi sociali e forze dell’ordine: “In Italia ci sono 600 posti nelle case rifugio, a fronte dei 6.000 richiesti dal Consiglio d’Europa. In un contesto sociale che avalla comportamenti maschilisti e violenti, la maggior parte dei maltrattanti sono persone con cui le donne hanno stabilito una relazione di fiducia. Devono essere loro per prime a scegliere cosa sia giusto fare”, conclude Carbonaro.

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