Naufragio di Lampedusa: 10 anni dopo parla il medico Pietro Bartolo. “Nel primo sacco c’era un bambino, morto. Quante volte ho pianto”

Pietro Bartolo racconta, commosso, il naufragio del 3 ottobre 2013 (foto SIR/Marco Calvarese)

(Strasburgo) Quel giorno “il molo Favarolo era pieno di sacchi”, con i cadaveri dei migranti annegati nel tratto di mare tra l’Africa e l’isola di Lampedusa. “Quei sacchi che qualcuno ha definito ‘confezioni’…”. Pietro Bartolo, già medico di Lampedusa, oggi eurodeputato, prosegue il suo racconto al Sir del naufragio del 3 ottobre 2013. Bartolo si commuove più volte. Parla delle “ispezioni cadaveriche”: “stavo male. Io sono un ginecologo, ho studiato per la vita, non per la morte. Ma ho dovuto imparare sul campo, per quelle pratiche che sono importanti”, anche per un eventuale riconoscimento della salma. Bartolo si addentra nei particolari, la voce rotta dall’emozione. “Speravo che almeno nel primo sacco non ci fosse un bambino. Invece era proprio un bambino. Un bambino piccolo, avrà avuto tre anni, tre anni e mezzo, aveva un pantaloncino rosso e una maglietta bianca. Era bello… Me lo sono portato all’orecchio per sentire il battito cardiaco, l’ho guardato intensamente negli occhi” per cercare un segno di vita. “Ma era morto. E così tutti gli altri”. Nella borsa del medico di Lampedusa una bottiglia d’acqua, un asciugamani, un pettine: per pulire i volti, per ricomporli al meglio, “per renderli quanto più riconoscibili possibile”, per dare dignità e un nome a quelle persone annegate. “Quante volte ho pianto, ho vomitato, ho avuto paura”: ore e giorni terribili su quel molo di approdo. “Quel bambino lo sogno spesso. Ancora l’altra sera, che mi tira i capelli. Lo vedo… Non l’ho salvato, ma cosa potevo fare?”. Bartolo cita Alan Kurdi, il piccolo che perse la vita di fronte alle coste turche: “io di Alan Kurdi ne ho visti a centinaia. Ma nessuno si indigna più, nessuno ci fa caso. C’è assuefazione. Perché non si vuole risolvere questo problema. Così, tante volte ho avuto la tentazione di lasciare tutto”. “Ci sono stati momenti di scoraggiamento: in tutti quegli anni non cambiava nulla. Ogni giorno mi chiedevo cosa si potesse fare, anche per cambiare la narrazione” sulle migrazioni. “Troppe volte ho sentito politici parlare con sufficienza e con distacco” dei migranti, “definiti delinquenti, da rimandare a casa, da rimpatriare. Dobbiamo difendere i nostri confini, hanno detto. Mi montava la rabbia e mi chiedevo: ma voi le avete mai viste negli occhi quelle persone? Sentivo una responsabilità, vedevo quanto stava succedendo. Allora mi sono inventato di tutto. Mi sono aggrappato al mondo della cultura, ho avuto la fortuna di incontrare il regista Francesco Rosi e l’ho costretto a fare un film, ‘Fuocoammare’”, che descrive la tragedia dei migranti attraverso il mare. L’eurodeputato aggiunge: “poi mi sono messo a scrivere libri, mi sono messo ad andare nelle scuole e in giro per l’Italia” per raccontare quanto stava accadendo. Fino alla scelta attuale: “entrare in politica, perché io credo che alla fine chi deve dare risposte è la politica. Sono venuto qui, nel cuore dell’Europa, per cercare delle soluzioni”.

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