Diocesi: mons. Delpini (Milano), “non rinunciamo al realismo della speranza”. “La gente seria la pratica”, “non è un’ingenuità consolatoria”

“La speranza non è un’ingenuità consolatoria, è piuttosto la risposta alla promessa che chiama a desiderare la vita, la vita buona, la vita nella pace, la vita dono di Dio. La gente seria pratica la speranza e accoglie la promessa perché è consapevole del proprio limite radicale, dell’impossibilità dell’autosufficienza e, d’altra parte, non può ammettere l’abbandono dell’impegno o l’immergersi in un ottuso attivismo”. Così l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, nel “Discorso alla città” che ha rivolto durante i Vespri alla vigilia della festa per il patrono sant’Ambrogio.
“L’inquietudine – ha spiegato l’arcivescovo – non è un’inclinazione depressiva che può paralizzare il pensiero e l’azione nell’incertezza e nello scontento. È piuttosto un rimedio per contrastare la soddisfazione narcisista che si assesta in un egocentrismo rovinoso. Il confronto con ‘gli altri’, l’ascolto del gemito, la costruzione di rapporti fondati sulla stima, sull’attenzione, sulla riconoscenza, sono fattori di quell’umanesimo realista che rende desiderabili la convivenza civile e i rapporti tra i popoli”. Rilevando poi che “senza una speranza non si può vivere né si può desiderare di generare vita, di costruire il futuro, di sostenere le fatiche e di celebrare le feste”, mons. Delpini ha evidenziato che “la speranza autentica propizia non tanto il futuro (ricercato e voluto con l’ottimismo dell’esito) quanto l’avvenire (atteso e desiderato con la speranza di un senso e di un significato). Non ricerca l’im-munità (come difesa dall’altro), ma la co-munità (come difesa dell’altro)”. Nel tessere “l’elogio del realismo della speranza che risponde all’annuncio di una promessa”, l’arcivescovo ha sottolineato che “siamo persone uniche, con una originalità irripetibile, con una vocazione che ci autorizza ad avere stima di noi stessi e ci chiama a mettere a frutto i talenti ricevuti per il bene di tutti”. “Il realismo della speranza – ha spiegato – smaschera l’illusione dell’individualismo, forse la radice più profonda dell’infelicità del nostro tempo”; “rende desiderabile che continuino a nascere da un papà e da una mamma bambini e bambine, che siano circondati da ogni cura e introdotti nella vita come promessa di futuro”; “consente di affrontare l’emergenza educativa, il disagio delle giovani generazioni evitando di ridurre il tema in limiti troppo angusti”; “consente di affrontare la tutela della salute e il prendersi cura nelle situazioni limite della malattia”; “convince a costruire rapporti che non si limitino al dare e all’avere, al vendere e al comprare, ma diventino alleanze, interesse per il bene reciproco, rispetto per tutti gli ambienti, onore per tutte le culture”; per “sentirsi più profondamente un ‘popolo in cammino’, che pratica la solidarietà non come un’appendice lodevole dell’economia, ma come un principio rivoluzionario del sistema economico”. “Non possiamo lasciarci rubare la speranza”, “non possiamo rinunciare al realismo”, ha ammonito: “Percorriamo e incoraggiamo a percorrere le vie della diplomazia, della preghiera, della reazione popolare alla guerra, agli affari sporchi che la guerra favorisce”.

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