Coronavirus Covid-19: mons. Battaglia (Cerreto Sannita), “riaprire strutture ospedaliere pubbliche non più attive senza farle diventare moderni lazzaretti”

“Negli ultimi dieci anni, in Italia, se da una parte abbiamo avuto grossi tagli sulla salute, dall’altra è aumentata la produzione delle armi. Il paradosso è che, in questo momento, siamo capaci di produrre revolver, bombe, mitragliatrici e munizioni, ma non mascherine, ventilatori e presidi sanitari. Siamo in grado di fabbricare più proiettili di morte che non costruire ‘colpi’ di vita”. La denuncia è di mons. Domenico Battaglia, vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. “Ci stiamo accorgendo adesso dell’enorme errore. Soprattutto in questo drammatico momento che stiamo vivendo in Italia e nel mondo intero, non possiamo non sentire il bisogno umano e civile di levare la nostra voce contro questa enorme ferita. È il tempo, per tutti, di rivedere le ‘priorità’ sui disagi sociali nel nostro Paese. Più che investire sulla produzione di armamenti investiamo sulla tutela della salute!”, aggiunge il presule, che sottolinea: “Viviamo una situazione gravissima sia sul piano sanitario – con ospedali sovraffollati, personale sanitario esposto in prima linea – sia su quello economico, con conseguenze enormi per le famiglie dell’intero Paese, a maggior ragione per quelle già in difficoltà o al limite della sussistenza”. Tale situazione attuale “impone attenzione reale verso chi sta vivendo enormi fatiche, disagi e sofferenze. Attenzione e rispetto, soprattutto, verso chi è malato, chi ha perso i propri cari, chi ha familiari ed amici ricoverati in ospedale, chi sta patendo, e gratitudine verso chi si sta facendo in quattro come i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari tutti e gli operatori di volontariato”.
Visti, quindi, i tagli alla sanità a livello nazionale e vista l’attuale situazione di emergenza, “nell’ottica del darci tutti una mano, reciprocamente, e di una migliore copertura su tutto il territorio, è senza dubbio necessaria la riapertura, in tutta Italia, di strutture ospedaliere pubbliche non più attive e la disponibilità di strutture private, per decongestionare le strutture sanitarie e, nello stesso tempo, dare un contributo concreto verso persone e familiari che, in questo momento, stanno facendo molta fatica nella sofferenza. Ma senza farle diventare moderni lazzaretti”.

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