Primo maggio: mons. Repole (Torino e Susa), “non rassegniamoci alla precarietà, ri-centrare il modello di sviluppo su qualità delle persone e valore del lavoro”

“Oggi la caratteristica principale del lavoro è purtroppo l’insicurezza, l’instabilità: è precarietà dei contratti che non danno garanzie di durata nel tempo, è svuotamento dei salari che non reggono l’aumento vertiginoso dei prezzi, è deregolazione dei turni del lavoro e del commercio che non hanno più orari e stravolgono i ritmi delle famiglie, tengono i genitori lontani dai figli o dai familiari anziani anche nei giorni di festa, anche la sera… Stiamo entrando nel tempo della precarietà, che è l’esatto contrario della sicurezza. Dobbiamo rassegnarci a tutto questo? È proprio tutto ineluttabile?”. Questi gli interrogativi posti da mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, nel messaggio pubblicato su “La Voce e il Tempo” in vista della Festa del lavoro – San Giuseppe Artigiano del 1° maggio.
Ricordando che “Giuseppe è la persona che si realizza e può essere padre, può farsi carico di una famiglia, perché ha un lavoro che gli dà sicurezza”, il presule ammonisce: “Dovrebbe essere la condizione di tutti: avere un lavoro sicuro e adatto ai ritmi della vita”. “La Costituzione italiana – sottolinea – vorrebbe che il lavoro fosse la sicurezza di tutti (art. 1)”. Mons. Repole si dice “molto colpito dai dati diffusi dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps: in provincia di Torino, questa nostra città che da decenni patisce la crisi post-industriale, i contratti di lavoro ‘precario’ rappresentano più del 70% dei nuovi impieghi”. “Significa che la stragrande maggioranza dei nuovi lavoratori – osserva l’arcivescovo – non può permettersi di scommettere con tranquillità sul proprio futuro. La maggior parte degli impieghi è a tempo determinato oppure stagionale, intermittente. Ma come pensare che i giovani progettino la loro vita, magari una vita di coppia, magari una vita con figli, se il lavoro va e viene e non può promettere loro nulla?”.
Sottolineando che “il lavoro non è solo l’attività che ci permette di sopravvivere: serve a realizzarci come persone”, mons. Repole esprime il desiderio che “la Festa del lavoro fosse l’occasione per fermarci tutti – imprenditori, lavoratori, classe politica – a riflettere sulla direzione che stiamo prendendo. Riflettere su una certa nostra rassegnazione alla novità dei tempi, che purtroppo stanno, forse per la prima volta, peggiorando anziché migliorando la vita dei lavoratori e delle famiglie. Se non c’è miglioramento, dobbiamo avere il coraggio di dircelo e farlo ad alta voce: non siamo sulla strada giusta”. L’arcivescovo si sofferma poi sulla “quota non indifferente di persone che fatica ad accedere a qualsiasi tipo di impiego, aumentando le fila della disoccupazione involontaria, mettendo a repentaglio l’inclusione e la possibilità – di nuovo – di progettare la propria vita con serenità. Da sempre questa dolorosa esperienza produce disillusione: oggi sono tante le persone che addirittura rinunciano a cercarsi un lavoro perché sono sconfortate dagli ostacoli, quasi insormontabili, da superare. Devono preoccuparci i tanti giovani che scelgono di non scommettere più su sé stessi, allargando, soprattutto dopo la pandemia, il fenomeno dei giovani ‘neet’ che non studiano più, ma neanche lavorano”. Invitando a considerare che “il futuro è sempre nelle nostre mani”, l’arcivescovo afferma: “Voglio credere che la precarietà del lavoro non sia una realtà immodificabile: dipende dalla nostra capacità di governare i fenomeni sociali e i processi economici. (…) Voglio credere che le organizzazioni sindacali, le imprese e i loro sistemi di rappresentanza, l’educazione, la scuola e la formazione professionale, il prezioso universo del Terzo settore e le istituzioni pubbliche possano invertire la rotta per ri-centrare il nostro modello di sviluppo sulle qualità delle persone e sul valore del lavoro come esperienza liberante e non opprimente”.

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