Myanmar: Fai-Cisl, “a rischio libertà sindacali e progetti di sviluppo”

“Siamo fortemente preoccupati per quanto sta accadendo in Birmania in queste ore. L’arresto di Aung San Suu Kyi, del presidente U Win Mynt e di tante altre persone con importanti incarichi istituzionali, a un giorno dall’inaugurazione del nuovo Parlamento, rappresenta una deriva antidemocratica che va disinnescata immediatamente”. Lo afferma oggi la Fai Cisl, presente in Birmania con l’associazione “Italia-Birmania Insieme” per il progetto formativo “Coltiviamo la pace, la riconciliazione tra le etnie e i lavoratori agricoli nel Rakhine”, rivolto ai contadini di tutti i gruppi etnici nelle township di Mrauk–U, nello Stato di Rakhine. Un progetto per lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile, la tutela dei diritti delle donne e di tutti i lavoratori, la salvaguardia del patrimonio ambientale. “In queste ore – dice il segretario generale, Onofrio Rota – non possiamo che essere in grande apprensione per le lavoratrici e i lavoratori agricoli impegnati nel progetto, inoltre non abbiamo comunicazioni dai loro rappresentanti locali, ed è chiaro che le gravi azioni dei militari mettono a repentaglio anche la loro incolumità e tutte le libertà fondamentali della popolazione”. “Proprio nell’area di Rakhine – aggiunge il sindacalista – era stato costruito a fatica un negoziato di pace che l’attuale situazione manderà probabilmente in fumo, con conseguenze pesanti sulla vita nei villaggi coinvolti, sulle libertà e i diritti dei lavoratori, sui processi di pacificazione tra gruppi etnici”. “È urgente che la comunità internazionale intervenga – chiede il sindacato – adottando tutte le misure possibili per scongiurare il tentativo di ripristinare la dittatura militare contro la grande domanda di libertà e democrazia espressa in questi anni a gran voce da tutto il popolo birmano”. Fai-Cisl si associa all’appello dell’associazione “Italia-Birmania Insieme” per l’immediata liberazione di tutte le personalità arrestate, a partire dalla leader birmana Aung San Suu Kyi e il presidente U Win Mynt, e affinché il Consiglio di sicurezza dell’Onu, ed i governi a partire dall’Italia e dalla Ue, “adottino tutte le misure necessarie, incluse le sanzioni politiche ed economiche finalizzate a bloccare i grandi interessi economici e politici dei militari, perché vengano ripristinate immediatamente le libertà fondamentali e si convochi il Parlamento eletto liberamente dalla volontà del popolo birmano”.

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