Coronavirus Covid-19: vescovi venezuelani, un protocollo specifico, aiuti e attenzione medica per popolazioni indigene, c’è “rischio genocidio”

“Seguiamo con preoccupazione ciò che accade alle popolazioni indigene e le accompagniamo nelle loro giuste affermazioni e progetti, siamo solidali con la voce da loro espressa nel ‘Documento sulla situazione del Covid-19’ del 12 maggio e facciamo anche nostri le loro grida, i loro dolori e le loro angosce”. Lo scrivono i vescovi venezuelani, in una lettera firmata dal presidente della Conferenza episcopale venezuelana, mons. José Luis Azuaje, arcivescovo di Maracaibo, e da tutti i vescovi delle giurisdizioni ecclesiastiche che si trovano in territorio amazzonico.
Si legge nella nota: “L’impatto che il Covid-19 e la quarantena sociale stanno avendo in Venezuela si fanno sentire anche tra le popolazioni indigene. Questa situazione sanitaria accresce il grave deterioramento delle condizioni di vita delle popolazioni indigene in generale e dell’Amazzonia in particolare, a seguito della sistematica esclusione dei loro diritti sui beni e servizi necessari per una vita dignitosa. All’isolamento della loro situazione geografica si aggiunge il profondo danno agli habitat indigeni, come conseguenza del modello estrattivista, che, sotto tutte le sue forme di sfruttamento, sembra determinato a distruggere i territori ancestrali delle popolazioni originarie”. Un danno “molto grande, in linea di principio per gli indigeni, ma anche per l’intera popolazione venezuelana nel suo insieme”.
Molte le denunce fatte dai vescovi: non esiste un protocollo apposito per le popolazioni indigene in caso di contagio, i centri sanitari sono completamente privi di personale sanitario e attrezzature adeguate per affrontare il Covid-19, molti indigeni sono rimasti lontani dalle loro abitazioni, bloccati nelle comunità dove si trovavano all’inizio della pandemia, con alcune eccezioni, come gli Yekuanas che hanno viaggiato per via fluviale; le popolazioni non possono dedicarsi alle loro attività economiche di sussistenza, come la pesca; la situazione educativa “è allarmante”; l’impunità è “all’ordine del giorno e la sete dell’oro del sud non ha limiti”.
I vescovi chiedono “un piano” per le popolazioni indigene, “a meno di non assistere allo svolgersi di un genocidio”, pensando a come assistere le popolazioni confinate in una prolungata quarantena, a piani di vaccinazioni per altre malattie endemiche presenti nelle regioni, ad adeguati aiuti alimentari e al rafforzamento dei presidi medici.

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