Coronavirus Covid-19: mons. Perego (Ferrara), “testimoni che sappiano ricostruire partendo dagli ultimi”

“Il mondo e la città di oggi continuano a presentare  ‘la tribolazione’, cioè la sofferenza, la malattia. Un limite della nostra creaturalità, ma tante volte aggravata da scelte economiche, sociali, ambientali e politiche che generano malattia e dolore”. Lo ha detto l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, nell’omelia della messa che ha celebrato stamani, a porte chiuse, nella basilica di San Giorgio fuori le Mura, in occasione della festa del patrono san Giorgio. Una solennità che “ritrova la nostra città in balia del ‘drago’ della pandemia, che genera paura, la mancanza di relazioni sociali, sofferenza e ancora morte”. Il presule ha riflettuto sul fatto che “anche l’odierna pandemia, contro cui il mondo combatte e che non ha risparmiato neppure la nostra città e il territorio ferrarese, ha origini dubbie, cure ancora lontane, sofferenze continue per le persone e le famiglie”. “Alla tribolazione si aggiunge ‘l’angoscia’ per la nostra terra e i suoi frutti, per la vita sociale e lavorativa, per la scuola, il tempo libero – ha aggiunto mons. Perego -. Non sappiamo ancora i tempi della ripresa, della rinascita e la città sembra morta, incerta, disorientata; le famiglie affaticate, angosciate. Possiamo anche dire che siamo continuamente perseguitati da un’informazione globale centrata sulla pandemia, interrogati da una politica con proposte contraddittorie, opposte opinioni nel governare la situazione”.
Restringendo il cerchio alla “nostra Ferrara”, mons. Perego ha ricordato “famiglie alla ‘fame’, disoccupati, precari che chiedono aiuto, negozi chiusi, imprese non ancora aperte per la giusta cautela, con risorse stanziate, ma aiuti ancora insufficienti”. “Ci ritroviamo d’improvviso nudi e in pericolo”. Per far fronte a ciò, secondo l’arcivescovo, servono “testimoni che, come san Giorgio, sappiano non fuggire dalle situazioni, ma riordinare la propria vita, condividere, non dimenticare ciò che conta veramente, ma preparare il futuro con scelte sociali, politiche ed economiche che ripartano dagli ultimi, dai malati, dalle persone sole, da chi ha perso il lavoro e rischia di chiudere la fabbrica, il negozio”. “Abbiamo bisogno di uomini che abbiano il coraggio della fede”, perché “non si ritorni a vivere nella nostra città come se nulla fosse successo”.

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