“La pace non si costruisce impedendo di parlare a chi la pensa diversamente, ma creando le condizioni perché ci si possa ascoltare”. Lo afferma mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), in un’intervista pubblicata oggi dal “Corriere della Sera” sul caso dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, la cui presenza a un festival pugliese aveva suscitato polemiche, con la firma dell’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo a un appello per la sua esclusione. Mons. Baturi chiarisce che “la Cei non è intervenuta nel merito della vicenda” e che la firma di mons. Moscone “rientra in una scelta personale e nell’esercizio della libertà di pensiero e espressione”: “Nella Chiesa non si cancella la coscienza personale, ma la si colloca in un cammino di comunione”. Sul conflitto in Terra Santa, il presule richiama le parole del card. Pierbattista Pizzaballa: “La violenza nasce anche da un linguaggio che deumanizza l’altro e la Chiesa deve contrastare: denunciare violenze e terrorismo, ma non alimentare parole che rendano l’altro irriconoscibile come uomo”. Mons. Baturi denuncia inoltre la situazione nel Tigray, visitato di recente per conto della Cei: “Una situazione disastrosa, dopo una guerra costata secondo alcune stime già 600mila morti. Ho visto gente bere dalle pozzanghere formate dalla pioggia accanto ai grandi palazzi dei ricchi”. La Cei ha contribuito all’apertura di un ospedale a tre ore da Addis Abeba e di un’università.