San Giovanni Battista: card. Betori (Firenze), “la chiamata di Dio ci spinge ad essere per gli altri annunciando la misericordia con la nostra vita”

Tutti coloro “che lavorano in questa istituzione, a qualunque livello offrano il loro servizio, sono definiti da una vocazione e non semplicemente da una professione”. Lo ha detto il cardinale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, nell’omelia della messa celebrata questa sera nella chiesa di S. Egidio nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, per il 735° della fondazione dell’Ospedale, alla vigilia della solennità di San Giovanni Battista, patrono della città.
Commentando la prima lettura, che racconta la vocazione di Geremia, il porporato ha osservato che “la parola vocazione, oltre alla dimensione della bellezza, ci richiama alla riscoperta che la nostra esistenza è dono di un Altro; che dietro alla nostra persona, prima di noi e sopra di noi, c’è un Altro che ci chiama e dunque la nostra vita è vera solo se è una risposta a questa chiamata, e solo in questa risposta consiste il nostro compimento. E la chiamata di Dio è una chiamata ad essere per gli altri. Nessuna vita si compie in sé stessa, ma solo nell’incontro con gli altri e, attraverso di loro, con Dio. Anche in questa prospettiva troviamo un orizzonte valido per il servizio alla persona umana che è l’essenza della cura della sua salute”. Nella vocazione di Geremia, come come del resto in quella di Giovanni Battista, “dobbiamo approfondire anche un altro aspetto: la dimensione profetica”, ha proseguito Betori. “Il profeta è uomo dell’amore universale. Anche questo è un messaggio particolarmente importante per un luogo come un ospedale”. Soffermandosi sul significato del nome del Battista, Giovanni, che significa “Il Signore è misericordioso”, il presule ha osservato: “Siamo chiamati a manifestare, a rivelare la misericordia divina, dobbiamo annunciare la misericordia con tutta la nostra vita. Vi auguro che questo luogo sia sempre più la casa della misericordia”. “In questo modo – ha concluso – anche questa casa, che è sì casa di dolore e di sofferenza, può trasformarsi, come la casa di Zaccaria e di Elisabetta, in una casa di gioia e di esultanza”.

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