Omotransfobia: Gambino, “cercare soluzioni condivise. Più che pene detentive sono necessari percorsi di risocializzazione”

“Negli ultimi anni si sono registrati numerosi progetti educativi e culturali offerti agli alunni che fanno propria una concezione di identità personale e affettiva svincolata dalla differenza biologica tra maschio e femmina. Questi progetti sono talvolta entrati nelle aule scolastiche senza il consenso esplicito delle famiglie. L’apparente obiettivo dell’educazione all’uguaglianza, del contrasto delle discriminazioni, del bullismo e degli ‘stereotipi di genere’  è scivolato nella promozione di una cultura che cancella le diversità biologiche tra maschio e femmina”. A rilevarlo in un’intervista al Sir è Aberto Gambino, presidente di Scienza & Vita e prorettore vicario dell’Università europea di Roma, commentando il Ddl Zan contro l’omotransfobia approvato ieri alla Camera e che ora dovrà passare al Senato. Gambino ricorda tuttavia che nell’ottobre 2017 l’allora ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha emanato le Linee guida nazionali per il piano triennale dell’offerta formativa (Pof), che “hanno cristallizzato il diritto-dovere primario dei genitori all’educazione dei figli e il principio del consenso informato degli stessi rispetto alle attività non obbligatorie”.
Dal giurista l’auspicio che l’intera problematica venga ripresa “con pacatezza per soluzioni condivise, se davvero si intende consolidare nella nostra società la percezione del rispetto incondizionato dovuto verso qualsiasi persona”, a prescindere dalle sue condizioni, convincimenti, scelte di vita. “L’enfasi accordata alla forma sanzionatoria classica che si focalizza sulla pena detentiva – avverte – finisce fatalmente per non contribuire alla revisione di stili comportamentali sbagliati, anche con riguardo al contesto delle persone vicine all’autore stesso: con prevedibili effetti ulteriormente divisivi e di radicalizzazione, in queste persone, del senso di ostilità verso determinate categorie di individui”. Questo perché, conclude, “i comportamenti offensivi dei quali si discute fanno capo, molto spesso, a soggetti scarsamente integrati o acculturati, nei confronti dei quali appaiono necessari percorsi più orientati alla risocializzazione che non alla persecuzione di un reato”.

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