“Ogni anno, il 17 giugno, Pisa esulta. Negozi aperti, turisti da ogni dove, la città si illumina. Del resto, la nostra vita ha bisogno di luce. E questa cattedrale si riempie di volti. È una fedeltà bella quella di Pisa al suo patrono”: così il card. Francois Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio , che questa mattina ha presieduto nel duomo di Pisa la solenne concelebrazione eucaristica in occasione della festa patronale di san Ranieri. Con lui hanno concelebrato l’arcivescovo di Pisa Saverio Cannistrà ed altri vescovi di origine pisana: il vescovo di Livorno Simone Giusti, l’arcivescovo emerito di Pisa Giovanni Paolo Benotto, il vescovo emerito di Massa Carrara- Pontremoli Giovanni Santucci e di Pescia Roberto Filippini.
Ha animato la celebrazione la cappella musicale del duomo di Pisa diretta dal maestro Riccardo Donati ed accompagnata all’organo da Claudiano Pallottini.
La vita di san Ranieri si intreccia con quello dell’eremita còrso Alberto. “Ranieri – ha ricostruito il cardinale – nacque nel 1118 da una famiglia benestante. Suo padre Gandolfo era un mercante e Pisa in quel secolo era una delle potenze commerciali del Mediterraneo. Ranieri crebbe con la musica, gli amici, i commerci del porto. Non era un giovane malvagio, era semplicemente un giovane che viveva in superficie, senza domandarsi troppe cose. Fino a 19 anni seguì la vita mondana, poi un incontro cambiò tutto. Merito di Alberto, un eremita, originario della Corsica. Alberto si era stabilito nel piccolo monastero pisano di San Vito, portando con sé il silenzio e l’austerità delle montagne corse, quella capacità di stare davanti a Dio senza artifici, nella semplicità, con quel desiderio di autenticità. Pisa e la Corsica nel Medioevo erano legate da una relazione profonda, commerciale, politica e spirituale. La Repubblica Pisana esercitava la propria influenza sull’isola, ma il movimento era a doppio senso. Dalla Corsica venivano anche uomini di Dio, testimoni di una fede austera e radicale. Alberto era uno di questi”. Per il card. Bustillo, “l’incontro tra il giovane pisano un po’ spensierato e l’eremita corso è uno di quegli incontri che cambiano la storia. Non con grandi discorsi, ma con la vita. Alberto non faceva discorsi accademici, ma predicava con la sua vita. Ranieri, guardandolo, capì che esiste un’altra profondità, oltre quella del mare: la profondità del cuore, della vita. A 23 anni Ranieri fece quello che il giovane ricco del Vangelo non riuscì a fare: vendette tutto, dette il ricavato ai poveri e partì per la Terra Santa”.