Perù: si dimette il premier Valer accusato di violenza domestica. Mons. Castillo (Lima), “chi ha un posto di primo piano affronti in profondità i problemi e rafforzi le istituzioni invece che indebolirle”

Non conosce pace la politica peruviana. È durato in carica solo tre giorni il primo ministro Héctor Valer Pinto, travolto dalle accuse di violenza domestica e costretto alle dimissioni. Il presidente della Repubblica, Pedro Castillo, sarà così costretto a nominare il suo quarto primo ministro in sei mesi, a conferma di una grande fragilità, nel contesto dell’ampio rimpasto messo in atto la scorsa settimana. Lo scorso anno Valer era stato eletto con il partito ultraconservatore Renovación Popular, guidato da Rafael López Aliaga, che aveva poi lasciato. E la sua nomina era stata il segno tangibile della svolta di Castillo, eletto inizialmente con l’estrema sinistra, ma rivoltosi via via ad altre forze per evitare di essere messo dal Parlamento, dove non ha una maggioranza pre-costituita, in stato d’accusa.
Pur senza citare esplicitamente situazioni e fatti d’attualità, al contesto politico peruviano si è riferito ieri, durante l’omelia domenicale, l’arcivescovo di Lima e primate del Perù, mons. Carlos Castillo Mattasoglio. “O rimaniamo in superficie e nelle nostre ambizioni narcisistiche, oppure affrontiamo in profondità i nostri problemi – ha detto l’arcivescovo –. La nostra fede è incompatibile con la frivolezza di stare ‘al limite’ dei problemi. Se abbiamo un posto di primo piano, non possiamo usarlo a nostro vantaggio, affari, ideologia o interessi di gruppo. Non possiamo eliminare l’etica dal nostro esercizio di governo, di responsabilità, di direzione. Non possiamo organizzare arbitrarietà e caos, dobbiamo unirci per eliminare la corruzione, rafforzando le nostre istituzioni e non indebolendole”.
Nonostante la sua resistenza, Pietro finalmente osa lanciare le reti e rischia. Questo passo è molto importante, ha detto mons. Castillo riferendosi al Vangelo domenicale, “è la chiamata che il Signore ci fa ad esaminare tutta la nostra coscienza e a chiederci se siamo disposti a ‘remare nel profondo’ della nostra vita personale, della nostra comunità sociale, nel nostro Paese, con il nostro popolo, a partire dalle nostre diverse responsabilità umane e storiche”. Un “rischiare” oggi particolarmente urgente per “quelli di noi che hanno una guida e una responsabilità nel Paese e nella Chiesa”.

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