ArcelorMittal: mons. Santoro (Taranto), “lo Stato se ne deve fare carico per venirne fuori e avviare un processo di green economy”

“Il quadro si è ulteriormente complicato. Non è ancora chiaro se ArcelorMittal abbia deciso di andar via o ci sia una reale volontà di collaborare. Da questa situazione non se ne esce se lo Stato non entra in una forma sostanziale, anche se non esclusiva. Se ne deve far carico per venirne fuori e avviare un processo di green economy, di transizione verso forme pulite di economia, penso all’idrogeno ad esempio”. Queste le considerazioni dell’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, sulla situazione difficile che il capoluogo ionico sta vivendo in queste ore. Le indiscrezioni sul piano industriale 2020-2025 presentato da ArcelorMittal al governo, nel tardo pomeriggio di venerdì, parlano di 3.300 esuberi, a cui vanno aggiunti quelli di Ilva in amministrazione straordinaria, cioè i circa 1600 lavoratori a cui era stato promesso un reintegro che non avverrà. L’azienda avrebbe prospettato, anche a causa del danno economico del Covid-19, una diminuzione della produzione a 6 milioni di tonnellate all’anno, a fronte delle 8 concordate con il governo a marzo scorso. Intanto, anche le imprese dell’indotto sono in ginocchio e alcune hanno deciso di non inviare più manodopera nello stabilimento di Taranto, visti i mancati pagamenti. In tutto questo, l’inquinamento prodotto dalla fabbrica e la salute dei cittadini non sembrano essere più al centro dell’attenzione del governo e tantomeno dell’azienda stessa. “L’ho detto anche qualche giorno fa, intervistato da Radio Vaticana. Da otto anni sono a Taranto – prosegue mons. Santoro – e l’impressione che ho è sempre quella di una città in bilico. Sembrano esserci dei passi positivi ma poi tutto si ferma. Spero che il governo intervenga e che sia messa in prima piano la difesa dell’ambiente, la cura della casa comune. Mi sta a cuore più di ogni altra cosa, insieme alla dignità del lavoro, che è sacrificata in questo momento. Secondo me con le moderne tecnologie si può arrivare ad una produzione ecocompatibile, magari ridotta, ma che renda possibile uno sviluppo che non nuoce alla natura e alle persone”. Il presule conclude: “La pandemia ha complicato tutto e ha aggravato la situazione ma proprio perché c’è una paura sottile che ci accompagna sul cosa sarà della vita di ciascuno di noi, ci è chiesta una difesa delle ragioni della vita, della salute e dell’ambiente ancora più forte. Su questo si gioca il nostro futuro”.

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