Diocesi: Caritas Perugia, nel 2019 gli empori della solidarietà hanno aiutato 3.854 persone. Questo marzo anche i “nuovi poveri” della pandemia

Dalla loro apertura i quattro empori della solidarietà dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve hanno aiutato  7.738 persone; 3.854 nell’ultimo anno. È quanto si legge in un comunicato diffuso oggi. Gli empori sono “opere segno” volute e sostenute dal cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti “come una testimonianza concreta della carità”, disse lo stesso cardinale, nel 2014, all’inaugurazione del primo, il “Tabgha” di Perugia città. Gli altri tre, inaugurati nel 2016, sono: il “Divina Misericordia”, nella zona industriale di San Sisto; il “Siloe”, nel centro abitato di Ponte San Giovanni; il “Betlemme”, nel comune di Marsciano. Nei quattro empori, spiega il direttore della Caritas diocesana, Giancarlo Pecetti, sono transitate nel 2019 complessivamente 303,9 tonnellate di prodotti, contro le 304,8 del 2018, una contrazione di quasi una tonnellata a fronte di un incremento di cento nuove famiglie fruitrici. Il dato positivo è l’aumento delle tonnellate donate, passate da 200,9 del 2018 a 208,3 del 2019. Oltre che centri di distribuzione di generi alimentari, gli empori sono anche centri di accoglienza-ascolto grazie ai volontari, soprattutto anziani: 158 nel 2019 per complessive 20.074 ore di volontariato (127 ore in media per ciascun volontario). “Occorrono più volontari e possibilmente più giovani – precisa Pecetti –, in modo da permettere un ricambio generazionale”. Nel 2019 sono state distribuite 1.199 “tessere famiglia”, più 214 “tessere baby” (181 nel 2018), per un numero complessivo di 3.854 assistiti, tra adulti e minori. L’incremento delle “tessere baby” evidenzia, secondo la Caritas, che sono sempre più le giovani famiglie a chiedere aiuto e quelle italiane ed europee sono in aumento, rispettivamente il 27,5% e il 15%.  Nello scorso marzo il numero delle famiglie che si sono recate all’emporio “Tabgha” è aumentato del 30% rispetto allo stesso mese del 2019: sono i “nuovi poveri” del Covid-19, in gravi difficoltà perché non hanno al momento un lavoro. “Speriamo – conclude Pecetti – di non dover passare dalla pandemia alla carestia”.

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