Messa crismale: mons. Crociata (Latina), “siamo chiamati a dare consistenza umana e sociale al vangelo e alla fede di cui viviamo”

(Foto: diocesi di Latina)

“Non siamo chiamati a diventare una agenzia sociale; siamo chiamati a dare consistenza umana e sociale al vangelo e alla fede di cui viviamo”. Lo ha detto il vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, mons. Mariano Crociata, nella messa crismale.
“Vorrei provare a dare nome alla chiamata e al compito che attendono noi credenti in Cristo. Il primo nome è quello di riparazione. A fronte del disagio che affligge tanta umanità attorno a noi, ci è chiesto di cercare rimedio, dare sollievo, portare aiuto, infondere fiducia e speranza. Già molto si è fatto e si fa in questo senso, ma il lavoro è infinito, perché ‘i poveri li avrete sempre con voi’ e perché le cause di impoverimento sembrano accrescersi piuttosto che diminuire”, ha affermato.
Il secondo nome è quello di “ricostruzione. È il modo per dire che dobbiamo aver cura non solo dei marginali e degli offesi in qualunque modo dalla vita; dobbiamo aver cura anche del corpo sociale nel suo insieme, perfino nella sua parte più tranquilla e solida, perché si ricostituisca un tessuto sociale e civile nel quale il rispetto della persona sia al centro e l’attenzione alle relazioni, ai legami, al bisogno di comunità non venga mai meno, nonostante le resistenze, se non le ostilità, di un individualismo ottuso e corrosivo”.
Di qui il terzo nome: rianimazione. “Esso corrisponde al bisogno di immettere vitalità, cioè Spirito santo, in un corpo sociale stanco, lacerato e tendenzialmente in dissoluzione, a cui a volte assomiglia perfino il corpo ecclesiale. Tutto oggi reclama un bisogno di visione, di futuro, di speranza e di prospettive affidabili. La vera molla, il carburante di un motore vitale che spinga verso il futuro, è solo un condensato di ideali, di speranze, di propositi e progetti, di fiducia fondata in chi, risorgendo, ha reso mai perduta la lotta per un mondo più giusto e fraterno, e incrollabile la speranza in un avvenire che vincerà e travolgerà la morte”.
E ha concluso: “Gesù deve insediarsi nelle nostre orecchie, cioè nel profondo delle nostre persone e delle nostre esistenze, se vogliamo che porti frutti maturi in noi, nelle nostre relazioni e nei nostri ambienti di vita, così da attuare efficacemente sempre nuovi processi di riparazione, ricostruzione, rianimazione”.

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