Settimana Santa: don Fibbi (Rebibbia), “sono anche loro figli di Dio, luci nascoste nelle tenebre o nel chiaroscuro del carcere”

“Un periodo molto coinvolgente”. Così definisce la Settimana Santa don Marco Fibbi, cappellano coordinatore dei cappellani del carcere di Rebibbia a Roma, che, dopo aver appena vissuto la Domenica delle Palme con i detenuti che per l’occasione hanno voluto confezionare dei ramoscelli d’ulivo da donare ai familiari ma anche a tutto il personale carcerario, adesso si prepara  vivere nella passione di Cristo la vicinanza con le persone ristrette, “perché loro vivono con motivo e qualche volta con meno motivo, un periodo di penitenza, visto che sono chiamati a sopportare quotidianamente quella che è la privazione della libertà”. Quello dei detenuti è un accostamento a Gesù carcerato ma anche un riconoscersi nelle due persone crocifisse assieme a Cristo. Un anno difficile che a causa delle restrizioni legate al contenimento della pandemia di coronavirus Covid-19, ha visto ricondizionate anche le celebrazioni previse all’interno di Rebibbia, dove non si può utilizzare la chiesa centrale accogliendo tutti i detenuti contemporaneamente, ma si dovrà ripetere più volte la messa di Pasqua nelle diverse cappelle per piccoli gruppi, in modo che tutti possano parteciparvi. “L’assenza del gesto del Papa con la lavanda dei piedi pesa, come pesano tante altre privazioni di oltre un anno di Covid vissuto anche in carcere, però il Papa è vicino, la Chiesa è vicina, le parrocchie sono vicine ai detenuti e lo hanno fatto costantemente in questo anno”, dichiara il cappellano di Rebibbia che sottolinea le tante donazioni ricevute, anche attraverso la Caritas di Roma che ha dedicato la seconda domenica di Quaresima al tema del carcere, per ricordare che anche o detenuti sono figli di Dio, “sono luci nascoste nelle tenebre o nel chiaroscuro del carcere”. I periodi di festa sono i più difficili per i detenuti che, a causa del contingentamento del personale di servizio, non possono incontrare o telefonare ai propri familiari come nei giorni feriali, e questa sofferenza traspare anche dalle preghiere per familiari e persone care che don Fibbi raccoglie, dalle quali traspare quanto si sentano isolate, tagliate fuori. Una sensazione che il cappellano di Rebibbia paragona alla situazione vissuta a casa del Covid-19 che, come per il suo caso che l’ha vissuta sulla sua pelle, crea “io sono stato malato, sono stato in ospedale una dozzina di giorni, e ho sentito tantissimo la vicinanza anche dei detenuti che mi scrivevano e si facevano presenti attraverso gli altri cappellani. Però il periodo di isolamento mi è servito a capire quanto le relazioni dirette, personali, sono importanti nella nostra vita”. L’augurio per la Pasqua don Marco Fibbi lo dedica in particolare a quei detenuti che rappresentano una grande percentuale e che, come dice lui, “per amore sono stati mandati in carcere”, denunciati dalle persone che gli vogliono più bene per salvarli e tenerli lontano da dipendenze o atteggiamenti violenti, “ritrovare se stessi e ritrovare anche le persone care, non nel conflitto e nella contrapposizione, ma nel perdono e nel saper ricreare le condizioni di pace”.

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