Diocesi: mons. Perego (Ferrara), “l’affermazione della verità nella Chiesa non deve mai sembrare una concessione a discriminazioni”

“In questo tempo di sofferenza e di malattia, causata da un virus che cammina ancora tra noi, fa paura e che segna profondamente la vita delle nostre famiglie e della stessa città, l’esempio e la testimonianza del beato Tavelli ci ricorda l’importanza della cura corporale e spirituale di tutti i malati e della vocazione a questa cura, testimoniata da medici, infermieri, volontari, sacerdoti e consacrati”. Lo ha ricordato ieri sera l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, nell’omelia della messa che ha presieduto per la festa del beato Giovanni Tavelli.
Perego lo ha ricordato come “vescovo riformatore di Ferrara, le cui virtù eroiche sono state riconosciute il 24 gennaio 2020, come modello di santità non solo per le Chiese di Ferrara-Comacchio e Imola, ma anche per la Chiesa universale. Ora la ripresa del cammino verso la canonizzazione chiede di intensificare e diffondere il culto e raccogliere la testimonianza di un miracolo”. “Il vescovo Tavelli è stato chiamato ad essere una sentinella nella Chiesa di Ferrara, in un tempo non facile, per le divisioni, le infedeltà, l’immoralità e la corruzione nella Chiesa, non ergendosi semplicemente come giudice, ma nel dialogo, nel confronto e nell’incontro”, ha proseguito Perego, sottolineando come fu capace di “promuovere un’azione di riforma”. “Anche nel nostro tempo, segnato da divisioni e infedeltà, da chiusure e subdole violenze che usano le armi dei social e della comunicazione deviata, si sente l’esigenza di una riforma non sole delle strutture, ma anche di uno stile di vita cristiano che sappia coniugare fede e ragione, il comandamento dell’amore e il dialogo in un contesto di vita rinnovato, nel rispetto della verità e della tutela della dignità delle persone”, ha osservato l’arcivescovo, secondo cui “ogni riforma della Chiesa, ai tempi del beato Tavelli come oggi, ha al centro non l’aggressività e la prepotenza, ma l’impegno di ‘custodire il buon deposito (S. Scrittura, Tradizione) con l’aiuto dello Spirito che abita in noi’, parafrasando le parole dell’apostolo Paolo nella sua lettera a Timoteo”. “Una custodia – ha ammonito – non solo a parole, ma che passa attraverso la testimonianza di vita, vince anche le calunnie – da cui si dovette difendere anche il beato Tavelli durante l’episcopato ferrarese – è accompagnata dalla cura della verità, ma anche della carità, con un’attenzione agli ultimi, al mondo della sofferenza”. Perego ha poi richiamato “lo stile evangelico del servizio, dell’umiltà, della piccolezza. Ogni forma di prepotenza, di violenza fisica e verbale, di disprezzo dell’altro non fanno parte del vocabolario cristiano e dello stile di vita cristiano”. Per questo, “l’affermazione della verità nella Chiesa, anche se espressa in maniera ferma, non deve mai sembrare una concessione alle discriminazioni, non deve favorire la mancanza del rispetto della dignità di ogni persona. Di questi tempi, invece, si sentono parole e si leggono espressioni, si vedono fatti che non coniugano verità e carità, cedendo così – ha concluso Perego – all’ideologia supponente più che favorire uno stile di vita cristiana nella Chiesa e nella città”.

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