Ecuador: danni incalcolabili per fuoriuscita di petrolio in regioni amazzoniche. Mons. Jiménez (Aguarico), “autorità intervengano”

(Foto Telmo Ibarburu)

Oltre novanta comunità colpite, per un totale di circa 120.000 persone, che si sono trovate a un giorno all’altro senza acqua pulita e senza fondamentali attività di sussistenza, come la pesca. Colpa della rottura, circa un mese fa, dell’oleodotto che attraversa l’Amazzonia ecuadoriana, nelle province di Orellana e Sucumbíos. Un danno incalcolabile, dato che la fuoriuscita di 15mila barili di petrolio, la più grave degli ultimi 15 anni, ha pesantemente inquinato i fiumi Coca e Napo, che fanno parte dell’enorme bacino idrografico del Rio delle Amazzoni.
Così, nei giorni scorsi, un nutrito gruppo di organizzazioni per i diritti umani e delle popolazioni indigene, con l’appoggio dei vicariati apostolici di Aguarico e di San Miguel de Sucumbíos, nel corso di una conferenza stampa, hanno presentato una denuncia, chiedendo seri provvedimenti di ripristino ambientale al Governo ecuadoriano, attraverso il ministero dell’Ambiente, e ai responsabili degli impianti, l’azienda statale Petrocuador e l’impresa privata Ocp. A farsi portavoce delle richieste delle popolazioni è mons. Adalberto Jiménez Mendoza, cappuccino, vescovo del vicariato apostolico di Aguarico, intervistato da Sir. “Stiamo cercando di far arrivare la nostra voce alla Comunità internazionale – afferma il vescovo – e chiediamo un intervento adeguato da parte delle autorità, che finora sono mancate sia nella parte della prevenzione che in quella dei provvedimenti dopo la catastrofe ambientale”.
Mons. Jiménez, d’altronde, spiega che ciò che è accaduto non è stato un fulmine a ciel sereno: “Noi avevamo avvertito dei rischi. È stata costruita, non lontano da qui, una diga, una centrale idroelettrica, in un territorio vulcanico come è il nostro. Già in febbraio uno smottamento aveva provocato il prosciugamento della cascata di San Rafael, che nella zona era tra l’altro una grossa attrazione turistica. Noi avevamo avvertito del pericolo, si sapeva che per questo territorio passa una strada importante di collegamento e l’oleodotto che arriva fino all’Esmeraldas, sulle coste del Pacifico, dove ci sono le raffinerie”. Infatti, il 7 aprile, verso le 7 di sera, è avvenuta la rottura, che ha interessato i maggiori corsi d’acqua della zona, il rio Coca e il rio Napo. “Dal rio Coca si prendeva l’acqua potabile che serviva l’intera zona, che è così rimasta senza questa risorsa fondamentale. Si parla di 15mila barili, ma si pensa che siano di più. Io vivo a cento chilometri di distanza da dove si è verificato il disastro, e anche qui l’inquinamento è molto grave”.

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