Diocesi: card. Betori (Firenze), “rinascere dalle sofferenze ancora presenti non può essere un percorso di singoli”, serve “un’impresa comune”

C’è “bisogno di una sempre più forte condivisione di intenti e di impegni per la rinascita sociale che ci attende dopo le fatiche della pandemia. Vale per il mondo, per l’Italia, per la nostra città, per questo quartiere di san Lorenzo. Rinascere dalle sofferenze ancora presenti non può essere un percorso di singoli, secondo una logica di presuntuosa autonomia e di miope individualismo, come quella che ci ha governati fino ad oggi. Abbiamo bisogno di dedicarci a un’impresa comune, a capire che dalla crisi si esce solo insieme e che la condivisione è la strada maestra della rinascita”. Lo ha affermato questa mattina l’arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori, nell’omelia pronunciata in occasione della solennità di San Lorenzo.
Soffermandosi sull’“insegnamento che ci offre san Lorenzo”, il cardinale ha evidenziato come “la vita sgorghi dal mistero della morte”. Una realtà che “sperimentiamo in ogni cosa bella che cresce nella nostra esistenza: dal sacrificio dei genitori per dare vita e futuro ai figli fino alle privazioni o alle ferite che porta con sé ogni novità significativa nella storia umana”. “È anche l’esperienza di questi giorni – ha osservato – in cui la ricerca di una via di uscita dalle pesanti condizioni della perdurante pandemia è legata a rinunce e a limitazioni per il bene di tutti e quindi anche di ciascuno. Vale anche per i nostri giorni che chi ama la propria vita fino a rifiutarne ogni restrizione di fatto contribuisce a creare condizioni in cui essa è posta in pericolo, per sé e per gli altri, fino alla possibile perdita”. Betori ha poi sottolineato l’importanza della “scelta di fare dell’amore, della donazione di sé, il senso della propria vita”. “Perdere la propria vita sì, ma perderla per amore: questo – ha spiegato – è l’insegnamento del vangelo e la testimonianza di san Lorenzo. Un’esistenza, la sua, vissuta nell’attenzione alle condizioni dei poveri e nel concreto sostegno alla loro vita, diventa naturalmente un’esistenza che non teme il martirio nel momento in cui gli viene chiesto di scegliere tra il potere di questo mondo e la fedeltà a quel Dio che gli si è rivelato come amore e lo ha chiamato a una vita di carità. È lo stesso amore quello che si fa carità verso i poveri e si manifesta come dono della propria esistenza al Padre”.

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