Diocesi: Milano, le reazioni dei decani alla nuova Proposta pastorale. “Esperienza missionaria e pratica della sinodalità”

(Milano) “Ciò che più mi ha colpito nella Proposta pastorale dell’arcivescovo Delpini è l’immagine manzoniana iniziale che richiama la notte disperata dell’Innominato e i rumori di festa che sente provenire dalla gente. Mi sono chiesto se le nostre comunità sono ancora capaci di riconoscere una presenza gioiosa nel mondo travagliato in cui viviamo”. Don Andrea Meregalli, decano del decanato Cagnola-Gallaratese-Quarto Oggiaro, che arriva da una zona semicentrale e giunge fino alla periferia di Milano per un totale di oltre 125.000 abitanti, parte dall’invito a irradiare la gioia cristiana che l’arcivescovo offre alla diocesi con la sua Proposta pastorale per l’anno 2026/2027 (che inizierà ufficialmente il prossimo 8 settembre), dal titolo “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro”. “Mi è parso interessante che il documento inviti a rileggere tutta la millenaria esperienza della Chiesa ambrosiana in chiave missionaria e attraverso la pratica della sinodalità che non si configura più come una riflessione teorica, ma di buone prassi. Per la mia esperienza – aggiunge Meregalli – è stata significativa la formazione delle giunte nel Consiglio pastorale che ci hanno aiutato ad avviarci proprio su questa strada di condivisione sinodale con progetti che, tuttavia, hanno ancora bisogno di crescita e di svilupparsi, come peraltro nota giustamente anche Delpini nel suo pronunciamento”.
Parole simili da un altro decano, don Luca Violoni, di una realtà molto popolosa – 114.000 abitanti, 23 parrocchie –, in un contesto però molto diverso: Peschiera Borromeo-San Donato, a sud di Milano, nella cosiddetta “Bassa”, la zona rurale della diocesi. “Monsignor Delpini ha voluto porre all’inizio del suo scritto quello che chiamerei un principio di riferimento e un fondamento: tutto il cammino sinodale che stiamo facendo si basa sulla gioia del Vangelo. Per questo siamo chiamati a camminare insieme e anche a interrogarci se le campane che sente l’Innominato, e che dovremmo sentire anche noi, riescono ancora a suscitare delle domande buone che portino pace la dove c’è l’inquietudine. I ragionamenti – prosegue Violoni – sono importanti, ma fanno presa se prima c’è un interrogativo che viene risvegliato e questo passa necessariamente dal trasmettere la gioia del Vangelo. Altrimenti tutti i nostri cammini, tutte le nostre articolazioni – pure con le migliori intenzioni – rischiano di risultare un poco come un’armatura di Golia e non come la fionda di Davide. Sono contento di quello che abbiamo realizzato, come cammino sinodale, nel mio decanato, con un’esperienza nuova ma a cui non è mancato l’entusiasmo in questi anni. L’assemblea sinodale si è interrogata su un tema cruciale, come le dipendenze attraverso una precisa indagine sul territorio – raggiungendo associazioni, rappresentati politici, operatori – e, ora, stiamo aprendo il fronte complesso del tema del lavoro con una concretezza che fa bene a tutti e crea percorsi virtuosi e promettenti”.

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