Terra Santa: card. Pizzaballa, “speranza per non soccombere a chi vuole distruggere tutto”. Peccato grave usare il nome di Dio per giustificare la violenza

“In questo momento la speranza e la fiducia sono necessarie per non soccombere a quelli che vogliono distruggere tutto. Nella tragedia in cui siamo precipitati da qualche anno, fiducia e speranza sono state messe veramente in grande difficoltà. Non dobbiamo confondere la speranza con una soluzione politica, perché sicuramente la politica, in questo momento, non aiuta ad aprire orizzonti. Nella società civile rimangono, però, degli anticorpi alla violenza: movimenti, associazioni, gruppi e soprattutto giovani che hanno voglia di mettersi in gioco per fare la differenza. In Medio Oriente le istituzioni religiose hanno un grande ruolo, è la strumentalizzazione della religione il vero problema”. Sono state queste alcune delle espressioni utilizzate dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, nel dialogo a distanza con il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana che ha inaugurato l’ottava edizione di “Milano Civil Week”. La 4 giorni, quest’anno dedicata a “Insieme. La società della fiducia”, promossa dal Corriere-Buone Notizie, dal Comune di Milano, dal Forum del Terzo settore in collaborazione con il Centro servizi per il volontariato della Città metropolitana.
“Non credo che, a breve o a medio termine, sia possibile mettere in pratica la soluzione di due Stati nella terra di Palestina, ma occorre continuare a lavorare per la pace e, soprattutto, crederci”, ha proseguito Pizzaballa. “La guerra conviene a tanti, ma è anche una questione culturale. Quando vengono meno le idee e la politica non è capace di aprire orizzonti, la soluzione più semplice sono le armi, anche se solo apparentemente, perché è facile iniziare le guerre, ma non è poi così facile concluderle anche perché non sai mai come finiscono”.
Il pensiero va al 7 ottobre “come sintomo di un cambio di paradigma e di dimensione a livello globale”. “Sembrerebbe proprio che sia così”, ha sottolineato il patriarca, “perché, in questo momento pare che conti solo il linguaggio della forza, che chi ha più soldi possa fare quello che vuole, decidendo liberamente fuori dalle regole e dai contesti internazionali. Questo ci deve provocare a prendere coscienza che siamo all’inizio, forse, di un nuovo periodo della storia”.
Infine, la domanda delle domande: utilizzare il nome di Dio per giustificare la violenza è il peccato più grave dei nostri tempi? “Confermo – ha scandito il cardinale -: l’ho detto, lo penso e lo ribadisco ed è per me motivo di grande dolore. Io ho passato tutta la mia vita nel dialogo e credo che si lo debba, soprattutto ora, riprendere con più forza di prima. Sicuramente l’interpretazione dei testi sacri usata per giustificare le proprie scelte di violenza è un abuso ed è inconcepibile. Non possiamo lasciare la narrativa del discorso religioso solo agli estremisti: abbiamo bisogno di religiosi che ancora credono che sia possibile vivere insieme ciascuno con la propria identità”.

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