“In quei 59 secondi, iniziati con un tremendo boato e avvolti dalla distruzione, dalla desolazione, dalle grida dei feriti e dal buio fittissimo, tutto sembrava perduto. Non si conosceva ancora la portata della distruzione e la notte, per la quasi totalità della popolazione, fu trascorsa all’aperto. Solo il sorgere del sole rivelò le reali dimensioni della catastrofe: 990 morti, almeno il triplo di feriti e 90.000 sfollati. 20.000 furono le abitazioni distrutte e 80.000 danneggiate. Nel pordenonese i comuni colpiti furono tredici, molte di più le parrocchie e si contarono una quarantina di vittime con moltissimi feriti. In questo comune di Pinzano un quinto delle case crollarono uccidendo 13 persone. Gravi danni avevano subito il municipio, le chiese e le scuole”. Lo ha detto, stasera, il vescovo di Concordia-Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini, nella messa celebrata a Pinzano “per ricordare il 50° anniversario del disastroso terremoto, l’Orcolat, che la sera del giovedì 6 maggio 1976, alle ore 21, ha distrutto buona parte del territorio friulano”.
Il presule, nell’omelia, non si è fermato però solo al dolore, ma si è concentrato sulla luce della speranza e sulla straordinaria reazione della popolazione: “Fin da subito il popolo friulano, superato il momento dello sconforto e del dolore, ha trovato la forza di rinascere dalle macerie e pensare al futuro. Due furono le parole chiave di quei tempi: Ciàf e Vìf”. La prima sta a indicare il “considerare bene le cose, con criterio e con la testa, pensando al futuro e soprattutto agli sbagli che sono stati fatti nel passato”. La seconda la “resilienza”. “Non un popolo di sopravvissuti che aspettano gli altri per agire, ma un popolo che ha reagito con volontà, con forza e con tenacia, caratteristiche che fanno parte dell’essere friulano. Il mantra che girava allora e che si ricorda spesso, consegnato da alcuni sacerdoti al vescovo Battisti di Udine e anche al nostro vescovo Abramo Freschi, e che la Chiesa ha sempre sostenuto, ‘prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese’, indicava il desiderio di ripartire subito assicurando alle famiglie il bene più prezioso e più grande, il lavoro, nella consapevolezza che senza lavoro non ci sarebbe stata la ricostruzione e sarebbe ripresa l’emigrazione e lo spopolamento del territorio friulano, sperimentata negli anni passati. La popolazione locale – ha osservato il vescovo – dimostrò non solo una forte capacità organizzativa ma anche una grande dignità e compostezza”. Mons. pellegrini ha ricordato come vescovo e parroci “furono in prima linea accanto alla loro gente per sostenerla, consolarla e soprattutto per portare coraggio e forza che nascono dalla fede e dall’amore di Dio che non abbandona e ci lascia soli. Sorsero un po’ dappertutto nelle parrocchie colpite fortemente dal terremoto, nella nostra diocesi e nella diocesi di Udine, i centri di comunità, luoghi di incontro, di preghiera, di sostegno e di socialità, coordinati dalle Caritas di numerose diocesi, che si gemellarono con un centinaio di parrocchie”.