Abusi: Monreale, due sorelline violentate in famiglia. L’arcivescovo Isacchi, “lo sgomento è diventato dolore in tutti noi”

“Dolore, sconforto, impotenza, piccolezza… Sono alcuni dei sentimenti che affollano i nostri cuori e le nostre menti di fronte agli ultimi fatti di cronaca. La parola più eloquente per abitare questo accadimento, mi pare sia: ascolto. Esso implica un silenzio che accoglie ciò che accade”. Lo dichiara l’arcivescovo di Monreale, mons. Gualtiero Isacchi, sulla vicenda delle due sorelline violentate in famiglia per anni. “Cosa dire di fronte ad una mamma e un papà che abbandonano anziché accudire? Cosa dire di fronte ad un nonno e uno zio che abusano anziché coccolare? Non ci sono parole umane capaci di riempire lo sgomento che oggi è diventato dolore in tutti noi”.
Di fronte a fatti di cronaca “violenti, di sopruso e abuso, generalmente, come prima reazione, viene avviata la caccia al colpevole – osserva il presule -. In questo caso ci è tolta questa possibilità: i colpevoli sono già stati denunciati dalla scuola, identificati dal tribunale e arrestati dalle forze dell’ordine”. La “seconda reazione comune” è quella di cercare “chi deve fare” ma “non ha fatto”: la famiglia, la scuola, la Chiesa, la politica. “Io resto in ascolto; non è rimanere in quel silenzio omertoso che alimenta la violenza, ma spazio in cui interrogarsi sulla responsabilità. Il termine responsabilità – la cui radice è il verbo latino respondere (rispondere) – non si riferisce a ciò che sta fuori di me, ma a me, al mio modo personale di rispondere a ciò che accade. La responsabilità non è mai qualcosa degli altri, è mia, mi riguarda personalmente. Perciò ascolto e responsabilità. In questo spazio risuonano alcune domande: che cosa ho fatto? Che cosa avrei potuto fare? Cosa non ho fatto per queste bambine? Che cosa non faccio per le vittime di abusi? A ognuno la propria personale risposta”.
Infine, l’arcivescovo ribadisce che “siamo dentro un’emergenza di cui gli atti di violenza sono, come si suol dire, la punta dell’iceberg”. “Io voglio rispondere (responsabilità) a questa situazione scendendo in profondità, sotto il livello dell’acqua, senza paura. Invito tutti i cristiani a vivere questa responsabilità. Non rimaniamo a considerare la ruvida superficie di ciò che accade; immergiamoci in profondità; per quanto complesso siamo chiamati a farci carico di questa realtà insieme agli uomini e alle donne di buona volontà”.

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