Uomini adulti inattivi: Università Cattolica, tra di loro ci sono i “caregiver” e gli “inabili al lavoro”

Tra le principali evidenze emerse da “Imperfetti sconosciuti”, l’ampio studio transdisciplinare promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, che sarà presentato giovedì 28 maggio in largo Gemelli a Milano, c’è la centralità del lavoro, anche e soprattutto quando il lavoro non c’è, in quanto qualificante l’identità e il benessere individuale, e importante nella costruzione (ovvero nella lacerazione) del legame sociale, nella progettazione di modelli economico-sociali inclusivi e sostenibili.
In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni strutturali e culturali, da nuovi atteggiamenti verso il lavoro e da inediti scenari demografici, lo studio ha messo in evidenza cinque profili di uomo adulto inattivo.
Il primo riguarda gli “inattivi caregiver”. Per questi protagonisti di una rivoluzione silenziosa e vittime di una invisibilità sociale (10,7% del campione) l’inattività è una condizione scelta, non volontaria. Sono uomini con discrete risorse formative e un passato professionale “tipico”, anche in impieghi qualificati. I loro percorsi di vita presentano pochi “incidenti di percorso” (malattie, dipendenze, divorzi…). Desiderano ricominciare a lavorare non appena possibile e ritengono di avere un’elevata capacità lavorativa. Riflettono i caratteri del welfare familistico: quasi la metà vive coi genitori, gli altri in prevalenza in una famiglia “tipica” e 6 su 10 percepiscono un assegno di accompagnamento. L’impegno di cura per loro è al contempo vincolo e risorsa identitaria.
Il secondo profilo è quello degli “inabili al lavoro”. Sono gli uomini che rappresentano la vulnerabilità della condizione umana e la tensione tra perdita e possibilità (12,3% del campione). In questo caso l’inattività è una condizione forzata (anche se circa 2 su 10 lavorano in modo irregolare) e in più di 6 casi su 10 hanno una bassa scolarizzazione (nel 62,7% dei casi). Alle spalle hanno lavori di tipo operaio, esperienze di vita difficili, una capacità lavorativa compromessa e in oltre 7 casi su 10 una condizione economica inadeguata, se non, in oltre 4 casi su 10, preoccupante o drammatica. Questi uomini tendono ad auto-colpevolizzarsi (43,1% vs 12,8% valore medio del campione), ma hanno anche un potenziale residuo da valorizzare anche in ragione del loro bisogno di lavorare (oltre la metà frequenterebbe dei corsi di riqualificazione).

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