Fede e dialogo: a Torino si ricordano i martiri di Tibhirine. Vayne, “al servizio della gente nel nome di Cristo”

(Foto Sir)

(Torino) “La porta del monastero si apriva all’accoglienza e i monaci si mettevano al servizio della gente nel nome di Cristo”. François Vayne racconta così, al Salone internazionale del libro di Torino, uno degli aspetti della vicenda dei religiosi del monastero di Tibhirine, i sette trappisti trucidati in Algeria 30 anni or sono da un nucleo armato di ispirazione islamista. Una storia divenuta nota anche grazie al film “Uomini di Dio” e ora presente nel volume curato dallo stesso Vayne assieme a Thomas Georgeon dal titolo “Tibhirine vive” (Libreria Editrice Vaticana). François Vayne, assieme all’arcivescovo di Modena-Nonantola e Carpi, e vicepresidente della Cei, mons. Erio Castellucci, hanno animato uno degli incontri al Lingotto sul tema “I monaci di Tibhirine: ‘Disarmami, disarmaci!’”.

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Il giornalista francese, che da ragazzo viveva in Algeria, nei pressi del monastero frequentato assieme alla madre, ha raccontato di aver conosciuto personalmente due dei monaci poi vittime della cieca violenza. Nei suoi ricordi figurano “liturgie belle ed essenziali” e un luogo di dialogo tra cristianesimo e islam. Il giornalista definisce i monaci, beatificati nel 2018, “semi di amicizia” fra popoli e religioni. I trappisti, racconta, erano stati inviati in Algeria, in un “mondo islamizzato e diviso al suo interno”, in un contesto di conflitto, “per mostrare che anche i cristiani pregano”. L’intento era quello di superare l’immagine, lasciata dalla colonizzazione francese, di un occidente cristiano lontano dalla fede e da Dio.
“La visita del Papa in Algeria”, secondo Vayne, “ha salvato il volto della fede cristiana. Ha portato un messaggio di dialogo, di pace, di preghiera”. Infine, un commento a partire da vari e recenti fatti di cronaca: “Non dobbiamo cadere nella trappola di chi vuole puntare il dito contro tutto l’islam. Il compito dei cristiani e musulmani, in una società divisa e individualista, è quello di testimoniare pace e solidarietà”. Infine, un appello ai presenti: “Dopo questo incontro, provate a cercare un amico musulmano”. Come facevano i monaci martiri di Tibhirine.

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