Ulteriore escalation della tensione sociale, in Bolivia, durante il fine settimana. I blocchi stradali promossi dalla Central obrera boliviana e dai settori contadini continuano a paralizzare vie strategiche, causando carenze alimentari. La capitale, La Paz, resta isolata, nonostante. Di fronte alle proteste e ai violenti scontri durante i tentativi di sblocco delle strade da parte di polizia e militari, il Governo guidato da Rodrigo Paz ha smentito le voci sulla presunta morte di due manifestanti indigeni. Sabato, i tentativi di forzare il blocco da parte delle forze dell’ordine, a El Alto, la città che sovrasta La Paz, ha provocato 46 arresti e 5 feriti, secondo il bilancio ufficiale. In questo scenario spicca la figura dell’ex presidente Evo Morales (per il quale, in settimana, la Procura ha chiesto 20 anni di carcere, per il reato di tratta aggravata di persone. I suoi sostenitori, dopo una lunga marcia partita da Caracollo, hanno raggiunto El Alto e si apprestano a fare il loro ingresso a La Paz. La fazione dell’ex presidente ha chiesto esplicitamente le dimissioni del presidente Paz. Dalla basilica di Nostra Signora degli Angeli a La Paz, il vescovo ausiliare, Luis Durán ha ribadito durante l’omelia domenicale che la Chiesa vuole offrire “voci di pace, di dialogo, di comprensione e, soprattutto, di rispetto per l’essere umano, in particolare per le nostre autorità”. E ha esortato a “camminare insieme”. Giovedì scorso, la Conferenza episcopale boliviana aveva chiesto l’apertura di corridoi per il passaggio di medicinali e alimenti, dando la propria disponibilità “ad accompagnare e facilitare spazi di incontro, se le parti lo ritengono necessario, con il desiderio di contribuire alla pace sociale e al benessere di tutti i boliviani. Questo è un appello accorato a tutti i settori in conflitto affinché mettano da parte gli interessi politici, personali o settoriali e cerchino punti di incontro e di conciliazione”.