Ieri, 7 giugno, in Messico si commemorava la Giornata della libertà di espressione, ma le celebrazioni hanno lasciato spazio alla difficile realtà che vive il giornalismo in Messico. Secondo i dati storici diffusi, in una nota, dall’organizzazione Article 19, dal 2000 a oggi sono ben 176 i giornalisti assassinati nel Paese a causa della loro professione, a cui si aggiungono 33 professionisti dell’informazione che risultano ancora scomparsi.
I fatti di sangue contro i comunicatori si mantiene costante attraverso i diversi mandati presidenziali: si registrano 48 omicidi durante il governo di Felipe Calderón, 47 sotto Enrique Peña Nieto e altrettanti 47 durante il sessennio di Andrés Manuel López Obrador. Nella più recente amministrazione di Claudia Sheinbaum sono già stati registrati 9 assassinii, in circa due anni. A livello geografico, lo stato di Veracruz si conferma l’epicentro, con 31 omicidi complessivi dal 2000.
A fronte di questa crisi, la Commissione nazionale dei diritti umani (Cndh) ha diffuso un comunicato, chiedendo interventi strutturali. Nel testo, l’organismo rivolge “un appello urgente alle autorità dei tre ordini di governo affinché garantiscano l’integrità fisica, psicologica e morale dei giornalisti e dei creatori di contenuti”. La Cndh ha inoltre sottolineato la necessità di “fortificare la libertà di espressione nella stessa misura in cui si consolida il diritto del pubblico a essere informato”, ribadendo che l’informazione resta un’attività ad altissimo rischio nel Paese.