All’inizio del suo discorso al Parlamento spagnolo, il Papa ha reso omaggio alla Scuola di Salamanca e ai maestri che “Introdussero nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere”. “Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana”, ha ammesso Leone XIV: “Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico”, poiché “l’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli”. “Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca – e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti – ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”, ha sintetizzato il Papa: “Quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale”. “Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale”, ha commentato: “Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare”.