Fine vita: mons. Pegoraro (Accademia per la vita), “la deriva porta a una medicalizzazione dell’esistenza, in cui la medicina dà risposte tecniche a problemi di natura esistenziale”

“Un rischio reale e documentato, dai dati provenienti da Belgio e Paesi Bassi, è quello del cosiddetto ‘pendio scivoloso’, ovvero una progressiva estensione dell’applicazione eutanasica che arriva a includere minori, malati psichiatrici e persone con sofferenze esistenziali, arrivando persino a ipotizzare l’eutanasia non volontaria per chi non è in grado di esprimersi. Il controllo sulle procedure appare spesso problematico e insufficiente, specialmente in Belgio dove un unico comitato nazionale esamina a posteriori migliaia di casi in modo burocratico, con il rischio concreto di abusi o di procedure eseguite senza un reale consenso del paziente”. A parlare delle normative esistenti in Europa su suicidio medicalmente assistito ed eutanasia è monsignor Renzo Pegoraro, arcivescovo titolare di Gabi e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, durante l’incontro, organizzato oggi a Roma dal Centro di ricerca in Bio-Etica e Transizione digitale (CEBIA) dell’Università Lumsa. L’evento è stata l’occasione per approfondire il volume di John Keown, “Euthanasia, Ethics and Public Policy. An argument against Legalisation”, di cui mons. Pegoraro ha curato la seconda edizione inglese. “La deriva – continua il presule – porta a una medicalizzazione dell’esistenza, in cui la medicina tenta di fornire risposte tecniche a problemi di natura esistenziale, come nel caso del concetto di ‘vita conclusa’ per le persone molto anziane, trasformando una scelta estrema in una pratica burocratizzata. Il legislatore dovrebbe quindi – conclude ¬– evitare di creare norme basandosi esclusivamente sui casi pietosi ed emotivi, preferendo un confronto etico profondo che coinvolga comitati esperti e valorizzi le cure palliative come vera alternativa alla sofferenza, evitando di ridurre la complessità della comunità alla sola autonomia del singolo e garantendo che l’eutanasia non diventi una risposta standardizzata alla fragilità umana”.

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